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Maxi truffa del clan allo Stato, Oppido si difende in aula

L'imprenditore cutrese: "Quella firma sui documenti non è mia"

REGGIO EMILIA – È uno degli “affari” più eclatanti della ‘ndrangheta emiliana ed è stato ribattezzato con il suo nome. Ma Domenico Oppido, figlio dell’imprenditore cutrese Gaetano, ha respinto oggi tutte le accuse. Sentito nell’aula del processo “Grimilde” di Reggio Emilia l’imputato ha smentito di essersi prestato con il padre (più tardi sopraggiunto anche lui in tribunale, ndr) al clan, che aveva orchestrato una maxi truffa da 2,2 milioni ai danni dello Stato.

Oppido ha disconosciuto la sua firma su alcuni documenti e sfidato gli inquirenti a fare una prova della calligrafia. I fatti risalgono al 2010 quando il sodalizio criminale capeggiato dalla famiglia Grande Aracri riuscì a farsi staccare il corposo assegno dal ministero delle Infrastrutture. Come? Attraverso una falsa sentenza – attribuita ad un giudice del Tribunale di Napoli – che imponeva il pagamento della somma a titolo di risarcimento per l’esproprio di un terreno (in realtà inesistente) di proprietà dell’azienda degli Oppido.

Che quindi avrebbero, per l’accusa, messo a disposizione i conti correnti della loro attività per concretizzare la frode. La falsa sentenza era tra l’altro viziata da una macroscopica contraddizione dal momento che, mentre riportava come data di emissione luglio 2007, risultava essere stata depositata nella cancelleria del Tribunale partenopeo un anno prima, ad agosto del 2006. Il documento superò comunque tutte le verifiche al ministero grazie alla compiacenza del suo funzionario Renato De Simone (detto l’avvocato, condannato nell’abbreviato di Grimilde) e del nipote Giuseppe Fontana, impiegato della banca di Cesena, filiale di Reggio Emilia. Il ministero pagò i due milioni nel 2010, ma non tutto nell’operazione andò come previsto.

Gli Oppido, a cui spettava il 50% del profitto illecito, decisero infatti di tenerselo tutto per ripianare i propri debiti negando ai Grande Aracri la loro percentuale. Il boss Nicolino incaricò del recupero il genero Giovanni Abramo e un suo uomo di fiducia, Romolo Villirillo. Quest’ultimo riuscì a ottenere parte del denaro ma “tradì” a sua volta, decidendo di intascarselo senza riconsegnarlo a chi di dovere. Per questo entrò in rotta di collisione con la cosca, subendo una serie di attentati incendiari ai mezzi delle sue aziende e guadagnandosi una sentenza di morte.

Quanto al denaro intascato dagli Oppido è stato oggetto di un sequestro preventivo in seguito alle rivelazioni nel processo Aemilia del pentito Antonio Valerio. Secondo la ricostruzione di un testimone d’accusa della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, a carico di Oppido ci sarebbe anche il fatto che l’importo di 2,2 milioni sarebbe arrivato su un conto corrente con in pancia pochi euro. E dal giorno seguente la provvista sarebbe stata azzerata sia attraverso altre società, ma soprattutto con assegni fatti direttamente a persone fisiche parenti degli Oppido stessi.