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Mafie, processo Grimilde: sfilano testimoni su affari immobiliari

Affittuari case società S. Maria: "Pagavamo il canone alla figlia del boss"

REGGIO EMILIA – Quattro testimoni chiamati dal pubblico ministero Beatrice Ronchi hanno deposto in Tribunale a Reggio Emilia nel processo di ‘ndrangheta “Grimilde”, centrato sugli affari della famiglia Grande Aracri a Brescello, che è ripreso oggi dopo l’interruzione per la pausa estiva del 12 luglio scorso. Nello specifico i cittadini sono stati ascoltati a proposito dell’immobiliare “Santa Maria srl” società in cui – ritiene l’accusa – Francesco Grande Aracri (fratello del boss Nicolino) era titolare “in chiaro” di metà delle quote, che intestò poi a prestanome per metterla al riparo da eventuali provvedimenti giudiziari, mantenendone però il controllo occulto tramite i figli.

Ad essere sentiti sono stati un agente immobiliare e tre persone che a Suzzara, nel mantovano, avevano preso in affitto alcuni appartamenti riconducibili alla società. Queste ultime hanno tutte ribadito che, mentre inizialmente versavano il canone di affitto tramite bonifici, da un certo periodo in poi – coincidente con uno di detenzione di Francesco Grande Aracri – avrebbero pagato direttamente in contanti alla figlia del boss Rosita, che si presentava a riscuotere (rilasciando regolari ricevute) di persona con il marito e a volte la madre. Rosita Grande Aracri, 39 anni, è stata riconosciuta dai testimoni in un album fotografico mostrato loro dal Pm.

Tutto questo andrebbe ad avvalorare la tesi sostenuta dalla Procura antimafia secondo cui “anche dopo la formale uscita di scena di Francesco, la compagine societaria (dell’immobiliare Santa Maria, ndr) è rimasta saldamente nelle mani di questi attraverso la figlia, nonostante la fittizia intestazione delle quote”. Lo stesso imputato, videocollegato dal carcere di Novara ha però replicato precisando: “Quando ho venduto le quote della società i nuovi soci hanno dato a mia figlia una procura per riscuotere gli affitti. E’ tutto regolare, non abbiamo imbrogliato”.

Nel filone delle presunte intestazioni fittizie di beni il commissario Saverio Pescatore (squadra mobile di Bologna), in aula ormai da diverse udienze, ha poi continuato a spiegare i passaggi di quote della società Viesse srls, con sede a Brescello, che aveva come oggetto sociale sia attività di catering, sia la ristrutturazione di fabbricati. Nella prossima udienza del 27 settembre il giudice Giovanni Ghini si proununcerà infine sulla richiesta del pubblico ministero di accorpare al processo in corso anche il procedimento in cui il reato associativo del 416 bis viene contestato a Francesco Grande Aracri per gli anni dal 2010 al 2012.

Un “buco” nelle accuse mosse al calabrese – che vanno dal 2004 ad oggi escluso quel periodo – su cui il Gup di Bologna aveva decretato il non luogo a procedere. Un verdetto che il Pm Ronchi ha chiesto di riconsiderare (fonte Dire).