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Le rubriche di Reggiosera.it - Interventi

“Io, mia madre e la sua depressione: soli e senza strumenti per affrontare un dolore così grande”

Un giovane lettore: "Il governo di queste malattie prevede solo l’elargizione di soldi per le spese e psicofarmaci come sedativi, dunque strumenti di contenzione"

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REGGIO EMILIA Scrivo pensando a chi, ogni giorno, affronta la depressione di una persona cara. Mi chiamo M. Convivo con mia madre malata di depressione ormai cronica. Quando avevo nove anni, i miei genitori si sono separati e un sabato mattina, quando mi sono alzato, ho visto il blister delle pastiglie vuoto e mia madre accasciata per terra. Dopo l’ospedale, seguì il ricovero in una casa di cura, io restai con i nonni tutta estate per poi tornare a casa prima dell’inizio delle medie.

Nei tre anni successivi, faticai a impegnarmi, mia madre mi portava via molto tempo: aveva bisogno di attenzioni, non si prendeva più cura di sé e di tutto ciò che la circondava. Toccava a me fare la spesa, aiutare i miei nonni e cercare il tempo per stare con i miei amici. All’inizio delle superiori l’impegno famigliare aumentò: i miei nonni stavano invecchiando, mia madre continuava a non stare bene e al Dipartimento di Salute Mentale, che la seguiva, hanno sempre e solo aumentato le pastiglie da cui è diventata dipendente.

La malattia di mia madre aveva ormai “ammalato” tutta la famiglia, per primo mio padre, poi mio nonno che, l’anno successivo, si sentì male, così ho preparato l’esame di maturità vegliandolo la notte in ospedale. Sono arrivato alla maggiore età con la responsabilità di seguire i nonni e mia madre, mentre i miei vent’anni bussavano alla porta pieni di voglia di vivere.

Ho trovato lavoro, ma mia nonna è venuta a mancare e mio nonno l’ha seguita a distanza di sei mesi. Mia madre, persi i suoi punti di riferimento, ha tentato il suicidio. Così ho dovuto lasciare la mia camera a un’assistente personale che la tiene monitorata per impedire episodi di autolesionismo. Mi chiedo sempre perché per mia madre non c’è stato un percorso di riabilitazione psicologico. Intanto ho osservato che durante i ricoveri è sempre migliorata, si è presa cura del suo aspetto, ha stretto amicizie e partecipato alle attività ma, quando rientra a casa e lì resta chiusa, regredisce in modo impressionante, come penso, succederebbe a tutti.

Dopo quattordici anni di cure, mia madre si ritrova con un deficit cognitivo importante, il diabete provocato dagli psicofarmaci, altre patologie e una depressione cronicizzata. In un deserto di relazioni, vive seduta sul divano come se fosse lobotomizzata, ma è disperata. Credo che la solitudine sia ormai la sua vera malattia. Anch’io mi sento solo, molte famiglie non hanno strumenti per affrontare un dolore così grande, ma il governo di queste malattie prevede solo l’elargizione di soldi per le spese e psicofarmaci come sedativi, dunque strumenti di contenzione.

Eppure leggo sul sito, che il Dipartimento di Salute Mentale di Reggio Emilia: “Colloca il trattamento del disagio, della malattia e della disabilità all’interno di una visione che coglie la persona nella sua interezza, con le sue capacità e potenzialità, si preoccupa inoltre non solo della persona soffrente, ma anche del suo ambiente famigliare e sociale”. Vorrei che fosse vero.

M. M.

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