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Gualtieri, musica e parole contro il femminicidio

A Gualtieri la prima parte del memorial Luana Montanari

GUALTIERI (Reggio Emilia) – Ieri sera all’Aqua El Paraiso, la tribute band dei Nomadi ‘Ma Noi No’ (costituita da Paolo Montanari, Cristian Rotondella, Alessandro Peretto, Matteo Forcella, Elisa Minari) con il sound che la contraddistingue ha affrontato tematiche scomode quali femminicidio, violenza sulle donne e integrazione sociale nella prima parte del memorial Luana Montanari tra musica e parole.

A sostenere la causa erano presenti anche artisti del calibro di Serena Carpi, Martina Gianferrari e Jude Menegardi che hanno cantato sulle note di brani tra cui ‘Gli uomini non cambiano’, ‘Sei bellissima’, ‘Non sono una signora’, ‘Piccola anima’, ‘L’amore si odia’, ‘Oggi sono io’, ‘Ti ho creduto’, ‘Donna Pirata’, ‘Vietato morire’, sprigionando quella voglia di libertà di cui troppo spesso le donne sono private. A loro si sono aggiunte le presenze di Dario Di Stefano, I Maltesi (riproponendo pezzi di Fabrizio De Andrè), Matteo Magni (tribute a Max Pezzali) e Aida Satta Flores. Tutti uniti contro la piaga del femminicidio.

All’evento era presente anche Giulia Reggio, madre di Jessica Filianti che fu uccisa barbaramente dal fidanzato il 14 marzo 1996 all’età di soli 17 anni, in quello che ancora oggi è ritenuto come il primo femminicidio che ha sconvolto l’Italia intera. A detta di Giulia Reggio: “È inspiegabile quella goccia che può scatenare una tale furia nei confronti di una donna”.

Al termine del concerto vi è stata occasione di scambiare due parole con Maria Rosaria Palmigiano (psicologa, psicoterapeuta e criminologa), Yousset Salmi (primo assessore musulmano di Novellara e che fece girare un film su un matrimonio misto osteggiato dalla famiglia), Roberta Mori (consigliera regionale e coordinatrice nazionale delle commissioni di pari opportunità di regione e provincie autonome).

A intervenire per prima è stata Maria Rosaria Palmigiano che ha affermato: “Il femminicidio è ormai diventata una criticità sociale. Ad oggi si contano, a partire anche solo da settembre dell’anno scorso 83 vittime, e più di 3.400 dal 2000. E questi numeri ci danno la misura dell’emergenza a cui siamo esposti. Un femminicidio è sostanzialmente l’uccisione di una donna per mano di un uomo che non accetta la fine di una relazione di tipo affettivo. Sappiamo che molti uomini hanno una difficoltà immensa ad affrontare la fine alla relazione, perché la leggono come l’impossibilità di continuare ad esercitare il controllo sulla loro partner”.

Continua Palmigiano: “Dobbiamo ricordare che la natura del pensiero umano si forma sostanzialmente su due concetti di base, il possesso e il controllo. Venendo meno questi, molti uomini cercano di riaffermarli nella maniera più volgare e violenta, attraverso la vendetta. Se la donna non può essere loro, allora non dev’essere di nessun altro. E anche se il rapporto si mantiene più o meno in piedi, può subentrare una gelosia fuori dai canoni normali, una gelosia di tipo ossessivo e talvolta delirante, capace di sconvolgere anche uomini apparentemente privi di problemi psichiatrici o psicologici.

E’ il turno di Yousset Salmi: “Ero assessore a Novellara, mi occupavo di giovani, ma avevo a cuore la situazione dei ragazzi in generale. Così realizzai un cortometraggio che si intitolava ‘Innamorarsi oggi’ simulando la situazione di due giovani innamorati, ma concludendolo con un punto interrogativo, perché l’argomento della convivenza in Italia è tuttora una pagina da scrivere. Noi, nel 2009, ci confrontavamo con la prima generazione di figli di immigrati, anche raffrontandoci con quanto fatto in Germania e Inghilterra in termini di integrazione. Da allora, resta ancora così tanto da fare che in un certo senso mi sembra di avere fallito nel cammino. Forse non ho trovato gli strumenti utili per comunicare il giusto messaggio, e oggi l’appello che faccio è quello di combattere l’omertà perché solo quando la gente parlerà, denuncerà quello che le succede potremo uscire da questa notte delle menti. Quindi è importante che i giovani sappiano prendere in mano la situazione e gridare al mondo ‘Noi vogliamo vivere!”.

A chiudere la chiacchierata è Roberta Mori: “Una democrazia non si può dire compiuta se le donne non sono libere, se le donne sono oggetto di violenza, se le donne sono costrette ad una segregazione a tutti i livelli, perché purtroppo la violenza non si esprime solo fisicamente, ma anche in termini economici e sociali. Non sottovalutiamo l’emarginazione e la discriminazione a cui sono sottoposte le donne nel loro percorso di vita, perché sono le basi psicologiche su cui cresce il dramma del femminicidio. È una tragedia globale che deve essere affrontata e risolta in primis dai paesi democratici, che garantiscono le libertà individuali e collettive, non possiamo aspettarcelo da altre. Personalmente sono molto soddisfatta di vedere le piazze che si riempiono per le donne afgane, perché la violenza sulle donne è uguale in tutte le parti del mondo, è seriale, non contano colore, età o ceto sociale. La violenza sulle donne è trasversale, ecco perché tutti dobbiamo scendere in campo, ecco perché l’impegno delle istituzioni deve essere in cima alla lista dell’agenda politica”.

Conclude Mori: “L’Emilia-Romagna fa tanto da tempo, ma niente è mai abbastanza perché purtroppo non basta un progetto, non basta una legge; servono risorse economiche, strumentali e professionali per dare ulteriore ossigeno a tutti coloro che sono impegnati su questo tema. Ci vuole la partecipazione e la dedizione da parte di tutti. Ed è importante che si parli di questo dramma anche in contesti informali e alternativi. Dobbiamo arrivare a tutti, nessuno escluso”.