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Bellini: “Non c’entro niente con la strage di Bologna”

L'imputato: "Se fossi colpevole, avrei preso soldi dallo Stato". L'ex estremista di destra: "A Bevilacqua portai saluti fratello Calvi"

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REGGIO EMILIA – “Quando sono uscito dal programma di protezione (in cui era entrato in quanto collaboratore di giustizia, ndr) non accettai il contributo finale di 90 milioni di lire, come non ho accettato i 130.000 euro del secondo programma di protezione che ho avuto, a differenza di altri. Se avessi fatto la strage o vi avessi preso parte, come collaboratore avrei chiesto miliardi. Potevo chiedere di andare sulla luna e mi ci avrebbero portato”.

Con queste parole l’ex ‘primula nera’ di Avanguardia nazionale, Paolo Bellini, nega una volta di più, rendendo dichiarazioni spontanee in Corte d’Assise a Bologna, di aver partecipato all’attentato alla stazione ferroviaria del capoluogo emiliano che il 2 agosto 1980 provocò 85 morti e oltre 200 feriti. Al termine delle sue dichiarazioni, durate quasi mezz’ora, Bellini ribadisce: “Io non c’entro niente con la strage di Bologna, se l’avessi fatta l’avrei detto allora, e non è neanche vero, come dice qualcuno, che avrei paura di confessarla”.

L’ex estremista di destra, ora a processo per concorso nella strage del 2 agosto, avrebbe forse fatto delle dichiarazioni ancora più lunghe, se a un certo punto il presidente della Corte, Francesco Caruso, non l’avesse invitato a chiudere in tempi rapidi, sottolineando che “le sue parole sono molto interessanti, ma non strettamente legate al processo”, e aggiungendo che “lei può raccontare quello che vuole e nessuno può verificarlo.

“Le do cinque minuti per concludere”, ha concluso il presidente della Corte. Caruso è poi intervenuto nuovamente perché Bellini, soprattutto quando ha parlato della propria latitanza tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, ha confessato di aver “imbrogliato tutta la vita tutto il mondo”, come ha sintetizzato lo stesso presidente della Corte d’Assise. Ecco perché, a quel punto, Caruso si è rivolto all’imputato con una frase “che dovrebbero dirle i suoi avvocati: lei sta raccontando di aver imbrogliato tutta la vita tutto il mondo, perché proprio in questo momento dovrebbe dire la verità?”. Di lì a poco, Bellini ha concluso il proprio intervento, affermando però che nelle prossime udienze farà “delle dichiarazioni mirate”.

“A Bevilacqua portai saluti fratello Calvi”
L’abbraccio a Elio Bevilacqua, ex procuratore di Reggio Emilia, ci fu, ma non “tra il 1979 e il 1982, come è stato detto in una delle scorse udienze da un avvocato”, e nemmeno “successivamente all’uscita dalle funzioni” del magistrato, come ha riferito l’ex moglie Maurizia Bonini, bensì “nel 1986, durante uno dei miei permessi dal carcere di Forlì: avvicinandomi con il sorriso per tranquillizzarlo, l’ho stretto e gli ho sussurrato in un orecchio ‘ti porto i saluti del fratello Calvi’, poi mi sono girato e me ne sono andato”. Verte su questo incontro con il magistrato, avvenuto a Reggio Emilia negli anni ’80, una parte delle lunghe dichiarazioni spontanee rese oggi in Corte d’Assise a Bologna dall’ex estremista di destra di Avanguardia nazionale Paolo Bellini, imputato per concorso nella strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria del capoluogo emiliano.

Bellini, che ha dichiarato di “sapere fin dagli anni ’80, quando ancora nessuno lo sapeva, che Bevilacqua era massone”, non ha voluto approfondire il riferimento al ‘fratello Calvi’, nonostante le richieste di precisazione del legale di parte civile Andrea Speranzoni. Con tutta probabilità si tratta di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano e iscritto alla P2, trovato morto sotto il ponte dei Frati neri a Londra il 18 giugno 1982, ma l’imputato non ha confermato, né smentito questa ipotesi, così come non ha spiegato perché disse proprio quella frase a Bevilacqua.

Speranzoni ha poi fatto notare una discrepanza tra quanto riferito su quell’incontro dall’ex moglie di Bellini, Maurizia Bonini, e quanto detto oggi in aula dall’ex estremista di destra. Quest’ultimo ha infatti dichiarato che Bevilacqua “andò in pensione molto tempo dopo”, mentre Bonini, osserva il legale, “fa riferimento all’incontro come successivo all’uscita dalle funzioni di Bevilacqua”, che fu procuratore capo a Reggio Emilia dal 1980 al 1994 (Fonte Dire).

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