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Le rubriche di Reggiosera.it - Editoriali

Saman, è sbagliato ricondurre la sua fine solo al femminicidio

Il segretario del Pd, Enrico Letta e la consigliera Dem Mahmoud, vogliono circoscrivere la tragedia al tema della violenza sulle donne, ma qui, a nostro parere, c'è anche una forte componente etnica e religiosa

REGGIO EMILIA – La parola d’ordine, nel Pd, è femminicidio relativamente al caso di Saman Abbas. L’ha pronunciata, in un intervento televisivo, la consigliera del Pd, Marwa Mahmoud e l’ha detto, più o meno in contemporanea, il suo segretario nazionale, Enrico Letta. Ha scritto la consigliera musulmana di origini egiziane: “Non bisogna legare questo crimine all’etnia. Dovremmo affrontare questa vicenda e discuterne come violenza sulle donne, come una terribile violazione dei diritti umani. Parlare di questo crimine associandolo unicamente all’origine, alla nazionalità e alla fede della famiglia sarebbe un gravissimo errore”.

Letta ha aggiunto, ospite ieri sera de La 7: “Visto che si parla di un femminicidio che andra’ trattato con la massima durezza da parte di chi deve far rispettare le regole e sanzionare le violazioni”.

Ebbene ci permettiamo di dissentire. Comprendiamo le necessità di un partito, il Pd, che ha giustamente messo fra le sue priorità quella dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati nel nostro paese, di allontanare lo spettro dell’integralismo e della mancata integrazione da questa vicenda. Ma non si può ricondurre questa vicenda solo all’orribile reato di femminicidio.

Per farlo basta usare la logica. Nessuna ragazza italiana è mai stata uccisa, almeno recentemente, nel nostro Paese, perché non rispettava i dettami della religione cristiana o perché rifiutava un matrimonio combinato. Sicuramente in alcune frange del cattolicesimo più integralista si può essere arrivati a bandire dalla famiglia figlie e figli che rifiutavano di sottostare a determinati comportamenti e precetti. Ma non ricordiamo di casi che abbiano portato a un omicidio.

Questo avviene perché, in Italia, ma anche in Europa, da decenni sono state combattute lotte, da parte delle donne, per affermare i loro diritti e perché, in Occidente, da tempo, abbiamo separato la religione dalla politica (anche se, bisogna ammetterlo, questa distinzione in Italia ogni tanto vacilla, ndr). Lo stesso non è avvenuto nel mondo islamico dove, sia per quanto riguarda la separazione fra politica e religione, sia sul versante dei diritti delle donne, siamo molto indietro anche se, è doveroso ammetterlo, in modo diverso nei vari paesi dove la fede islamica è maggioritaria.

L’omicidio di Saman Abbas, perché purtroppo oramai di questo dobbiamo parlare, non è paragonabile a un femminicidio. In questo caso, di solito, un uomo uccide una donna per gelosia, per vendetta, perché lo rifiuta. Motivazioni religiose e culturali sono spesso estranee a questi comportamenti. Qui, invece, una donna è stata uccisa dai suoi parenti perché rifiutava un matrimonio combinato e perché, come fra l’altro è spiegato molto bene nell’ordinanza del gip Ramponi, rifiutava di comportarsi come una brava musulmana.

Il fratello di Saman ha detto, secondo quanto riportato nell’ordinanza del gip, che la sorella aveva sempre avuto un temperamento ribelle che la portava a scontrarsi con i genitori e lo zio, musulmani osservanti, in quanto non rispettava gli obblighi religiosi del Ramadan e altre tradizioni e, in particolare, aveva una relazione con un giovane inviso ai famigliari. E ancora si legge nell’ordinanza: “Indubbiamente nella famiglia della giovane l’irrequietezza e inosservanza dei precetti tradizionali e religiosi era vissuta come estremamemente problematica e offensiva dell’onore famigliare”. Dice ancora il fratello di Saman, sentito dagli inquirenti: “Nella nostra cultura va bene quando una ragazza scappa di casa, ma quando smette di essere musulmana viene uccisa”.

Come si può ben vedere il fattore etnico e religioso c’è tutto ed è determinante, a dispetto di quello che possono pensare la consigliera reggiana del Pd e il suo segretario nazionale. La strada è impervia, ma è solo una. Dobbiamo integrare chi viene da altri paesi e consentire loro di esercitare tutti i diritti, compreso quello della libertà religiosa, che vengono garantiti dalla nostra Costituzione. Ma dobbiamo anche pretendere il rispetto delle nostre leggi (qui infrante perché la ragazza non andava a scuola) e dei diritti civili faticosamente acquisiti in Occidente.

Dobbiamo pretendere che, chiunque venga a vivere in Italia, capisca che le donne sono uguali agli uomini e che si devono adeguare. Sarà un percorso difficile e duro, ma certe cose vanno imposte. Le ragazze devono andare a scuola almeno fino a 16 anni, i matrimoni combinati non si possono permettere e gli immigrati devono andare a lezione di italiano (comprese le mogli e non solo gli uomini) e imparare la lingua. Se non accettano queste condizioni, gli si toglie il permesso di soggiorno e li si fa tornare al loro Paese. Lo dobbiamo a noi stessi, alle nostre donne che, faticosamente, hanno conquistato i loro diritti e, infine, anche alla povera Saman.

Paolo Pergolizzi