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Processo Grimilde, tra gli affari del clan anche la truffa del vino

Nei confronti di un'azienda di Treviso. Francesco Grande Aracri avrebbe mantenuto i rapporti con i fratelli quando erano in carcere

REGGIO EMILIA – Il quadro degli affari della cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri di Cutro sulle sponde del Po, al centro del processo “Grimilde” di Reggio Emilia continua a prendere forma. A delinearne la cornice prima di entrare nel vivo (cioè la ragnatela di intestazioni di fittizie tessuta da Francesco Grande Aracri, fratello del boss Nicolino “mano di gomma” e dai suoi figli Paolo e Salvatore, tutti residenti a Brescello) è di nuovo ieri il commissario della Polizia di Bologna Saverio Pescatore, testimone per la direzione antimafia rappresentata dal Pm Beatrice Ronchi.

Vittima di quella che viene descritta come “una truffa ripetuta con la attiva partecipazione di affiliati alla costola emiliana della ‘ndrangheta cutrese”, ha spiegato oggi Pescatore, è stata una azienda di vino trevigiana, dalla quale sarebbe partiti interi camion di vino in direzione della provincia di Crotone. Carichi però più volte pagati con assegni scoperti e fidejussioni false. Un danno costato all’azienda oltre 273.000 euro, prima che i suoi titolari si rendessero conto di chi erano i loro soci in affari e denunciarli.

Quando si trovavano in carcere Francesco Grande Aracri, che a sua volta aveva riportato una condanna per mafia scontando due periodi di detenzione (dal 2003 al 2004 e dal 2008 al 2010), avrebbe comunque mantenuto i rapporti con i fratelli, che in un’intervista pubblica del 2013 aveva invece affermato di aver ripudiato. Un punto già affrontato da Pescatore nelle scorse udienze e oggi ampliato. Tramite intercettazioni, infatti sono state ricostruite in particolare 5 visite in diversi carceri italiani fatte da Francesco ai fratelli che vi erano reclusi. Non solo Nicolino, ma anche Ernesto e Antonio. Un altro loro fratello, Domenico, è avvocato in Calabria.