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Mafie, Grimilde: spuntano presunte intestazioni fittizie di beni

Francesco Grande Aracri sarebbe stato socio in chiaro e poi occulto di società

REGGIO EMILIA – Il processo “Grimilde” di Reggio Emilia contro la cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri tratta i primi reati specifici contestati ai membri della famiglia residenti a Brescello. Al centro della nuova udienza del rito ordinario, celebrata oggi, c’è in particolare la figura di Francesco Grande Aracri di cui la Procura antimafia di Bologna, rappresentata dal Pm Beatrice Ronchi, ha delineato finora, con l’escussione di testimoni, il presunto spessore criminale.

Del fratello 67enne del boss di Cutro, Nicolino, è stato documentato il “basso profilo” per non attirare l’attenzione degli inquirenti che lo controllavano, il rapporto ininterrotto negli anni con i parenti criminali che nel 2013 aveva dichiarato di non vedere da anni e un ruolo di primo piano negli affari del clan, spesso “delegato” ai figli Salvatore (condannato nel rito abbreviato) e Paolo.

Il commissario della Polizia di Bologna Saverio Pescatore, testimone dell’accusa, ha però presentato oggi una vicenda in cui Francesco Grande Aracri è imputato in concorso con altri di ricettazione, riciclaggio e impiego di attività economiche o finanziarie, denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto. Tutto ruota intorno alla società immobiliare “Santa Maria s.r.l” in cui Francesco, titolare “in chiaro” di metà delle quote, le intestò poi ad un prestanome diventando un socio occulto dell’azienda e mettendola al riparo da eventuali provvedimenti giudiziari ablativi. Dunque, si legge nel capo di imputazione, “con l’aggravante di aver agito per agevolare l’attività dell’associazione di stampo mafioso”.

La società con sede a Brescello fu in particolare fondata il 21 ottobre del 2004, senza compiere alcuna attività di rilievo fino a quando, a febbraio del 2007, le quote furono rilevate al 50% da Francesco Grande Aracri e Tommaso Tambaro. A novembre dello stesso anno il capitale sociale passò da 10 a 100.000 euro. L’azienda inziò così a lavorare, con due principali commesse: l’acquisto di un terreno a Brescello dove doveva essere costruita (da altre ditte riconducibili al clan) una mensa che non fu mai realizzata, e un lotto edificabile a Suzzara, nel mantovano, dove fu eretto un complesso immobiliare poi confiscato nell’operazione “Aemilia” del 2015.

Nel frattempo, da dall’ottobre del 2008 al luglio del 2010 e da maggio del 2011 a maggio del 2013, Francesco Grande Aracri andò in carcere per scontare una vecchia condanna. E così, a ottobre del 2011, cedette insieme al socio Tambaro tutte le quote della “Santa Maria” a Salvatore Faragò al prezzo di 100.000 euro. Una cifra giudicata dagli investigatori non congrua, così come inadeguato l’acquirente “viste le sue scarse capacità reddituali”. La conferma al sospetto che Faragò fosse un prestanome arriva da una telefonata intercettata in cui questi, formalmente amministratore unico dell’azienda, chiama il commercialista Leonardo Villirillo, colletto bianco che, secondo le accuse, sarebbe stato “a disposizione” del clan e gli chiede: “Dimmi una cosa: tu mo’ sei amministratore e io cosa sono? Socio?”. L’intercettazione rivela così anche la presenza di un socio occulto, Villirillo, legato ai Grande Aracri.

Infine, nel 2014, a riscuotere i canoni degli appartamenti affittati a Suzzara, entra in scena la figlia di Francesco Grande Aracri, Rosita. Non “sembra esservi dunque dubbio sul completo asservimento della società agli interessi familiari. Anche dopo la formale uscita di scena di Francesco Grande Aracri la compagine societaria è rimasta saldamente nelle mani di questi attraverso la figlia, nonostante la fittizia intestazione delle quote a Salvatore Faragò”, scrive la Dda. Della società, a dimostrarne l’importanza per la cosca, si stava interessando anche Nicolino Grande Aracri, come emerso da un’altra conversazione captata. Francesco Grande Aracri, infine, operò anche nell’ambito della complessa operazione immobiliare di “Le Castella”, località turistica vicino Cutro, dove per il suo “contributo” chiese di avere l’appartamento “lato mare” di una delle palazzine interessate (Fonte Dire).