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Le rubriche di Reggiosera.it - Interventi

Fabbrica auto elettriche, gli ambientalisti: “Modello di sviluppo sbagliato”

"Crescere consumando suolo non è una sfida da eroi valorosi, ma solo la ripetizione compulsiva di un modello vecchio e ormai insicuro"

REGGIO EMILIAIl plauso pressoché unanime per l’annuncio della costruzione nella campagna alle porte di Reggio di una fabbrica di auto estreme di lusso, ci lascia esterrefatti. Si ritiene veramente che dei capitali raccolti chissà dove vengano investiti per il benessere del nostro territorio? Che vengano creati posti di lavoro per rispondere al bisogno di chi il lavoro non ce l’ha? Che la ulteriore sottrazione all’ambiente ed all’agricoltura di terreno, anche per le annunciate infrastrutture viarie come un nuovo casello autostradale Reggio Est, sia la gestione territoriale più appropriata per le esigenze della popolazione e delle generazioni future? Quale il prezzo da pagare agli investitori per avere scelto Reggio Emilia e quali le garanzie ricevute?

Sono tanti e fondamentali gli interrogativi ai quali autorità, amministratori, dirigenti, debbono dare risposta. Oggi viviamo tre emergenze globali strettamente connesse: una emergenza sanitaria, che va al di là della pandemia, una emergenza climatica e, infine, una emergenza sociale. L’impianto in discussione, così come altre iniziative di questo genere proposte sul nostro territorio, non contribuisce ad affrontare queste tre emergenze anzi, le aggrava. Aggrava la situazione sanitaria perché aumenteranno gli inquinanti in un contesto già fortemente compromesso.

La annunciata produzione di auto elettriche di alta gamma non darà alcun vantaggio nella diminuzione delle emissioni sul territorio in quanto, come annunciato, destinata in massima parte all’esportazione. L’emergenza climatica richiederebbe ben altre soluzioni per stabilizzare la situazione e poi raggiungere la sostenibilità globale, mentre l’impianto in questione va nella direzione opposta.

Diventa pertanto indispensabile avere informazioni utili a capire il tipo di piano industriale che è alla base del progetto supercar e quindi le compatibilità con il quadro ambientale e programmatico/territoriale. Innanzitutto chiediamo se il Comune, che afferma di aver verificato sul piano programmatico la compatibilità con la pianificazione urbanistica, sia pienamente in possesso delle caratteristiche tecniche progettuali dell’impianto e, sulla base di queste, abbia già effettuato le verifiche relative agli impatti ambientali.

Chiediamo se sono note le condizioni di esercizio, l’accessibilità e i collegamenti infrastrutturali, la reale occupazione di suolo, tutti elementi necessari a capire l’accettabilità ambientale dell’impianto. Ed ancora, se ci sono informazioni adeguate a valutare gli impatti sui recettori sensibili, acqua, aria e suolo. In particolare, se sono state fatte analisi degli impatti sugli insediamenti abitativi, sulle aree naturali sensibili e, parimenti, se è stata fatta un’analisi degli effetti cumulativi con altre installazioni, nel caso specifico con l’impianto di trattamento Forsu previsto nella zona di Gavassa, proprio al confine dell’area relativa allo stabilimento Silk-Faw.

Non ultimo, come importanza, chiediamo se l’impianto adotta le migliori tecniche disponibili anche al fine del controllo e della mitigazione degli impatti in un contesto, come quello della nostra Pianura Padana che è fra i più inquinati. Infine l’emergenza sociale, la più critica. Questa non verrà certo attenuata dalla produzione di auto di lusso. Situazioni di povertà, esclusione, emarginazione ed emigrazione, tutti problemi che attanagliano anche il nostro territorio, non verranno certo affrontati realizzando un’auto esclusiva e le relative infrastrutture.

Anzi, verranno aggravate dall’adozione di un “modello di sviluppo” che esclude più che includere, proclamando ad esempio come “diritti acquisiti” ed inviolabili, le capacità edificatorie. Questo equivale a proclamare la superiorità di singoli, gruppi o nazioni, con la forza della prepotenza economica / finanziaria, fino a giustificare l’accaparramento delle risorse naturali in nome di una supposta superiorità di civiltà o di sistema, di fatto inesistente e comunque ingiustificata. A fronte di un intervento di questa portata, destinato ad incidere profondamente anche sul tessuto sociale e produttivo della città, è necessario e doveroso dare una risposta a queste domande, con una informazione chiara e puntuale alla popolazione.

A metà maggio l’Italia ha esaurito le risorse naturali disponibili per il suo consumo annuale; secondo il Global Footprint Network, il nostro Paese avrebbe bisogno delle risorse di 2,7 Terre per arrivare alla fine dell’anno. Tutto ha dei limiti, ma il consumismo, non accettando limiti, porta alla violenza, togliendo alla Madre Terra ciò che non può ripristinare. Le conseguenze di questa estorsione si manifestano in fenomeni ormai evidenti: aumento del riscaldamento globale, erosione della biodiversità, perdita di fertilità del suolo e crescente desertificazione. Siccità, carestie, così come guerre e flussi migratori, sono la conseguenza di un modello di sviluppo orientato all’infinito sfruttamento.

Non possiamo far finta di non saperlo. Questa evidenza dovrebbe essere il campanello d’allarme per adottare fattivamente il principio della rigenerazione e compiere delle scelte chiare, ponderate e trasparenti, in termini economici, sociali ed ambientali. In altre parole, sostenibili, ma per tutti. Crescere consumando suolo non è una sfida da eroi valorosi, ma solo la ripetizione compulsiva di un modello vecchio e ormai insicuro. La nostra Amazzonia è qui, alle porte di casa.

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