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Aemilia, confermato il ruolo di “braccio armato” degli Amato

Dopo la condanna in primo grado uno di loro sequestrò i clienti alle Poste

REGGIO EMILIA – Furti di automezzi, rapine, incendi ed estorsioni. Questi, secondo le motivazioni della sentenza di appello del processo Aemilia erano i “campi di attività” della famiglia Amato che, di quella di ‘ndrangheta dei Grande Aracri, era il braccio violento a Reggio Emilia. Francesco Amato, subito dopo la condanna in primo grado a 19 anni del 2018 era sparito dalla circolazione per poi ricomparire pochi giorni dopo il verdetto in un ufficio postale della città del Tricolore, dove aveva sequestrato cinque persone minacciandole con un coltello.

Lo scorso 17 dicembre il fratello Alfredo, poco prima che i giudici di Bologna comminassero in secondo grado le nuove pene (17 anni per lui e 16 anni e 9 mesi per Francesco) ha detto: “Perdonatelo. Sembra cattivo ma non lo è. Come tutti noi che non siamo mafiosi è arrabbiato per essere stato condannato e in più lui soffre di disturbi mentali. Se fosse stato sano, non andava certo in Posta a sequestrare persone”.

Ad inchiodare gli Amato sono stati alcuni collaboratori di giustizia come Angelo Salvatore Cortese, che ha spiegato come fossero una famiglia di origine sinti, fuggita da Rosarno in Calabria a seguito di contrasti con il clan Bellocco. Antonio Valerio ha detto che anche a Reggio gli “zingari” avevano creato problemi e lui aveva addirittura ricevuto da Nicolino Grande Aracri l’ordine di uccidere Francesco (detto mano mozza) perchè rubava mezzi da lavoro alla cosca e chiedeva soldi per restituirli. Poi i due gruppi criminali, quello “comune” e quello “mafioso” avevano iniziato a collaborare (Fonte Dire).