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Pagliani, la Dda impugna la sentenza: si torna in Cassazione

Dopo l'assoluzione in Corte d'Appello per concorso esterno in associazione mafiosa. L'ex forzista: "Una caccia alle streghe che offende la verità"

REGGIO EMILIA – La Dda ha impugnato in Corte di Cassazione la sentenza della Corte di appello di Bologna del 23 dicembre scorso che aveva assolto Giuseppe Pagliani dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per “mancanza totale “dell’elemento oggettivo del reato” e assenza “di prove attestanti una condotta penalmente rilevante”.

Questo al termine di una vicenda giudiziaria durata sei anni. Era infatti il 2015 quando, nell’ambito dell’operazione Aemilia contro la ‘ndrangheta Pagliani, allora esponente di punta del Popolo della Liberta’ a Reggio, fu arrestato. Assolto in primo grado e’ stato condannato in secondo a 4 anni. Sentenza pero’ annullata dalla Cassazione e rinviata ad altra sezione della Corte d’appello che nel dicembre scorso aveva espresso il responso definitivo di non colpevolezza.

Commenta Pagliani: “Quello che l’accusa dopo tre assoluzioni piene, riesame, primo grado e secondo grado di giudizio, continua ad avanzare nei miei confronti è un tentativo accanito di persecuzione che non ha precedenti a memoria d’uomo nei nostri territori, dimostrazione che vi sono ragioni che vanno al di là del merito che è stato sviscerato in oltre 6 anni di processi ribadendo in ogni sede la mia totale innocenza. Si è persa da tempo la misura e si continua una caccia alle streghe che offende la verità oltre alle tante persone che credono nella giustizia in questa nazione. Un reato non lo si può inventare, nonostante si scelga strumentalmente di allungare all’infinito un processo terminato nei fatti 22 giorni dopo il suo avvio”.

Conclude l’ex politico di Forza Italia: “Mi limito ad affermare questi pochi concetti sicuro del fatto che la Cassazione che ha già riconosciuto l’infondatezza della tesi accusatoria annullando la precedente sentenza della Corte di appello ponga fine a questo processo ormai divenuto un incubo per me, per la mia famiglia, per i miei colleghi, per i tanti amici che mi hanno con forza sostenuto in questi lunghissimi anni”.