Quantcast

Mafie, i Grande Aracri di Brescello coinvolti in maxi truffa al ministero

Grimilde svela nuovi dettagli dell'affare Oppido nel quale il sodalizio 'ndranghetistico emiliano riuscì nel 2010 a farsi staccare dal governo un assegno da oltre 2,2 milioni

REGGIO EMILIA – Il “calamaro” Salvatore Grande Aracri muoveva i suoi tentacoli in svariate attività illecite. Ma nella maxi truffa al ministero delle Infrastrutture, nota come “affare Oppido”, agì come membro della famiglia, rappresentandone gli interessi sia di Cutro che di Brescello. Un fatto mai emerso nell’inchiesta Aemilia e, a tre anni dalla sua conclusione, affermato oggi nella nuova udienza del processo “Grimilde” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta lungo le rive del Po.

Nell’udienza di stamattina in Tribunale a Reggio Emilia, in particolare, il pm Beatrice Ronchi ha chiamato a testimoniare uno dei principali investigatori dell’inchiesta Aemilia, l’appuntato scelto dei Carabinieri Serafino Presta. Il militare, oggi distaccato nell’Ambasciata italiana a Parigi, condusse le indagini poi sfociate nel blitz del 2015 quando era in servizio nel nucleo investigativo della stazione di Fiorenzuola d’Arda.

Con la sua deposizione la Dda porta avanti la tesi che i principali imputati in questo filone, Francesco Grande Aracri e il figlio Paolo (l’altro, Salvatore, ha scelto il rito abbreviato dove è stato condannato), si sono volutamente mantenuti nell’ombra nel paese di Peppone e Don Camillo, per ottemperare meglio al volere del boss Nicolino “mano di gomma”, rispettivamente loro fratello e zio. Con “l’affare Oppido” il sodalizio ‘ndranghetistico emiliano riuscì nel 2010 a farsi staccare dal ministero delle Infrastrutture un assegno da oltre 2,2 milioni. Come?

Attraverso una falsa sentenza attribuita ad un giudice del Tribunale di Napoli, che imponeva il pagamento della somma a titolo di risarcimento per l’esproprio di un terreno- inesistente- di proprietà dell’azienda dei sodali Domenico e Gaetano Oppido (padre e figlio). Un atto viziato da una macroscopica contraddizione dal momento che la sentenza, che riportava la data come data di emissione il luglio 2007, risultava essere stata depositata nella cancelleria del Tribunale partenopeo un anno prima, ad agosto del 2006.

Tuttavia, il documento superò tutte le verifiche al ministero grazie alla compiacenza del suo funzionario Renato De Simone (detto l’avvocato, condannato nell’abbreviato di Grimilde) e del nipote Giuseppe Fontana, impiegato della banca di Cesena, filiale di Reggio Emilia. Il ministero pagò i due milioni nel 2010, ma non tutto nell’operazione andò come previsto. Gli Oppido, a cui spettava il 50% del profitto illecito, decisero infatti di tenerselo tutto negando ai Grande Aracri la loro percentuale. Il boss Nicolino incaricò del recupero il genero Giovanni Abramo e un suo uomo di fiducia, Romolo Villirillo.

Quest’ultimo riuscì a recuperare parte del denaro ma “tradì” a sua volta, decidendo di intascarselo senza riconsegnarlo a chi di dovere. Per questo Villirillo subì una serie di attentati incendiari ai mezzi delle sue aziende e il clan lo voleva morto.

Quando però obbediva ancora alla cosca e veniva in Emilia-Romagna, spiega l’appuntato Presta raccontando delle intercettazioni telefoniche che ha analizzato, “Villirillo informava sempre Salvatore Grande Aracri in qualità di esponente della famiglia, anche perché poteva esporsi all’esterno mentre il padre Francesco, che era stato condannato, si tutelava di più rispetto al figlio che all’epoca era quasi incensurato”. La truffa al ministero, aggiunge l’appuntato, “è emblematica dell’autonomia propria del sodalizio emiliano: era un affare suo, non di Cutro”. Ma dimostra anche “una condivisione degli interessi con la ‘casa madre’, per gli affari più grossi”, conclude (Fonte Dire).