Mafie, Grimilde: il clan propose case in affitto anche alla polizia

Erano dei Vertinelli nella localita' balneare di Isola Capo Rizzuto. Ma le interdittive antimafia bloccarono tutto

REGGIO EMILIA – L’amministratore giudiziario che li gestisce li ha resi ora delle case per vacanza regolarmente affittate. Ma gli appartamenti del complesso “Le Castella” nella localita’ balneare di Isola Capo Rizzuto (Crotone), al centro degli interessi della cosca Grande Aracri di Cutro (e dell’emanazione emiliana della famiglia di ‘ndrangheta), hanno alle spalle una storia travagliata. Nel 2011 i proprietari Palmo e Giuseppe Vertinelli, che avevano acquistato gli immobili alla fine degli anni ’90, cercarono perfino di “piazzarli” come alloggi per poliziotti in trasferta.

Ma le interdittive antimafia che sempre piu’ spesso piovevano sui fratelli, imprenditori calabresi che si erano stabiliti a Montecchio (Reggio Emilia), mandarono a monte l’operazione. Perche’ la Questura di Crotone, a cui i Vertinelli si erano rivolti per registrare gli eventuali contratti di locazione, la giudico’ “inopportuna”. A svelare il retroscena e’ Federica Zaniboni, professionista che da anni, prima per conto del tribunale e ora anche dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, cura la gestione del patrimonio dei due fratelli condannati dal maxi processo Aemilia e colpiti tra il 2014 e il 2015 da misure di prevenzione che la Cassazione ha in larga parte reso definitive.

Ascoltata dalla Procura antimafia nel processo “Grimilde”, che vede alla sbarra a Reggio Emilia Francesco Grande Aracri – fratello del boss Nicolino – e i suoi figli Paolo e Salvatore, Zaniboni ha ricostruito a fatica la storia degli immobili, di cui in Calabria si occupava il commercialista “a disposizione” del clan Leonardo Villirillo, condannato in primo grado nell’abbreviato di Grimilde. Un compito non facile, dice la testimone, al punto che “quando andavo a Crotone mi presentavo a sorpresa negli uffici, per evitare che gli appuntamenti presi, come era gia’ avvenuto, venissero disdetti all’ultimo momento”.

Nel quadro fatto sugli appartamenti (una palazzina con nove alloggi abitabili e arredati piu’ due “scheletri” mai finiti a pochi passi dal mare) e’ il colore grigio a prevalere, come opachi e “non conformi alle regole della corretta contabilita’” sono stati i rapporti che li hanno interessati nel tempo. E’ emerso ad esempio che i Vertinelli comprarono gli immobili nel 1999 ad un’asta fallimentare di Firenze. Versarono una caparra di 143 milioni di lire, ma documenti che attestano il saldo (il prezzo era di 500 milioni) non sono stati ritrovati.

Per un certo periodo, ha inoltre accertato Zaniboni, tre degli alloggi erano occupati “senza titolo”, come quando ci vivevano alcuni studenti egiziani coinvolti in un progetto di studio, a cui una Fondazione forniva vitto e alloggio dopo aver preso in affitto quelle case. Un’esperienza che duro’ due mesi. Alla societa’ che aveva fatto da intermediaria Zaniboni ha provato a chiedere i canoni arretrati (50.000 euro) ma si e’ rivelato impossibile anche perche’ questa “non presenta bilanci dal 2007”.

Quando l’avvocato di Francesco e Salvatore Grande Aracri ha domandato se fossero emersi rapporti diretti tra gli alloggi e i suoi assistiti, Zaniboni ha ammesso di no. Ma per Saverio Pescatore, commissario della Polizia di Bologna, era proprio per “sistemare” l’affare rimasto in sospeso del complesso immobiliare che il fratello del boss di Cutro volo’ in Calabria, pur sapendo di essere sorvegliato.

Francesco Grande Aracri e i figli, che vivevano a Brescello, non volevano dare nell’occhio ne’ gradivano essere al centro dell’attenzione. A testimoniarlo in aula come testimone del Pm Beatrice Ronchi e’ Giammarco Sicuro (foto), giornalista Rai, che il 29 marzo del 2018 mentre si trovava nel paese della Bassa, vide il parabrezza dell’auto usata dalla troupe, parcheggiata davanti alla casa del Grande Aracri, infranto da un sasso. L’autore del gesto, come lui stesso ha confessato, e’ Salvatore Grande Aracri, 42 anni, figlio di Francesco. Che ha pero’ affermato di aver tirato un proiettile “piccolo come un tappo di bottiglia”. Per Sicuro, era invece “un grosso ciottolo da giardino”.

Per il commissario di Polizia Pescatore, infine, Salvatore Grande Aracri aveva mantenuto tutti i rapporti con la famiglia e ne curava gli affari illeciti come “emanazione” del padre che era sottoposto alla sorveglianza speciale. Il ruolo “apicale” del giovane sarebbe emerso anche nella vicenda della “punizione” inflitta a Romolo Villirillo, incaricato di gestire i flussi di denaro tra Emilia e Calabria, che si sarebbe appropriato di somme destinate al boss. Nicolino Grande Aracri lo “mise al bando”, altri colpirono Villirillo incendiando auto sue o di suoi parenti (Fonte Dire).