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Mafie, la Corte d’appello: “Pagliani non fece patti con la ‘ndrangheta”

Le motivazioni della sentenza d'assoluzione del politico reggiano

REGGIO EMILIA – Mancanza totale “dell’elemento oggettivo del reato” e assenza “di prove attestanti una condotta penalmente rilevante”. Insomma Giuseppe Pagliani non aveva sottoscritto alcun accordo con la ‘ndrangheta, e da essa non ha mai ricevuto alcun favore. Inoltre non ha infangato l’ex prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro muovendosi per delegittimarne le azioni di contrasto alla consorteria criminale, in particolare le interdittive antimafia.

Queste per sommi capi le motivazioni della sentenza con cui il 23 dicembre del 2020 la Corte d’Appello di Bologna ha assolto con formula piena l’avvocato reggiano dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, al termine di una vicenda giudiziaria durata sei anni. Era infatti il 2015 quando, nell’ambito dell’operazione Aemilia contro la ‘ndrangheta Pagliani, allora esponente di punta del Popolo della Liberta’ a Reggio, fu arrestato.

Assolto in primo grado e’ stato condannato in secondo a 4 anni. Sentenza pero’ annullata dalla Cassazione e rinviata ad altra sezione della Corte d’appello che ha espresso il responso definitivo di non colpevolezza.

A rendere note le motivazioni e’ lo stesso Pagliani che, a proposito della cena al ristorante Antichi Sapori di Gaida dove i clan preparavano la controffensiva mediatica, aggiunge: “Io dei commensali alla cena del 21 marzo conoscevo Paolini e Brescia, considerati insospettabili dalla Corte di Appello. Non corrisponde al vero l’interpretazione della Corte che ipotizza una mia conoscenza della caratura criminale di Sarcone, di cui il sottoscritto censura violentemente l’operato in occasione del Consiglio provinciale del 28 marzo 2013”.

L’esponente del centrodestra, che ora ha lasciato la politica attiva, conclude: “So che nessuno potra’ restituirmi il tempo perso e la sofferenza subita a causa di un giogo che mi ha inutilmente e indebitamente tolto serenita’ ed energie per 6 lunghissimi anni. Ma rimane il piacere di avere per l’ennesima volta la conferma del fatto che sebbene le persone perbene possano essere perseguitate per anni ed accusate ingiustamente, arriva sempre il momento in cui il bene vince”.