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Migranti, viaggio nell’inferno della rotta balcanica

L'agenzia Dire ha proposto di di affiggere nelle piazze e lungo le strade delle citta' le immagini scattate dal fotogiornalista Lapini

REGGIO EMILIA – “Un ragazzo, nella ‘jungle’, ci ha detto ‘i giornalisti ci salveranno la vita’. Gli ho risposto che non sarei cosi’ ottimista. Possiamo essere un piccolo tassello, possiamo far vedere cio’ che succede, ma ci vuole molto altro per aprire una frontiera. Purtroppo, non basta un reportage”.

Intanto, e non e’ poco, in quel “far vedere cio’ che succede” c’e’ il lavoro che il fotogiornalista Michele Lapini, insieme al collega Valerio Muscella, ha realizzato ai primi di gennaio in Bosnia, al confine con la Croazia, lungo quella rotta balcanica dove vengono bloccati migliaia di profughi diretti verso l’Europa. Con l’incontro sul “perche’ bisogna vedere com’e'” la rotta dei Balcani, la ‘Dire’ ha intervistato Lapini, in diretta Facebook, chiedendogli di raccontare quello che ha visto, quello che ha sentito e capito, attraverso cinque delle tante fotografie scattate sulla frontiera.

Immagini come quelle che la ‘Dire’ ha proposto di affiggere nelle piazze e lungo le strade delle citta’: una suggestione che finora ha trovato consensi a Firenze, in Veneto, a Bologna, a Lecce, a Marsala… Chi ritiene magari potra’ anche bussare alla porta di Lapini e Muscella, se vorra’ vedere e far vedere cosa succede sulla rotta dei Balcani: un mondo vicino ai confini italiani eppure, per tanti versi, cosi’ lontano.

Per cominciare, la ‘Dire’ ha chiesto a Lapini qual e’ stata la foto piu’ difficile da scattare. La risposta sta in un’immagine dall’alto del campo di Lipa, devastato dall’incendio scoppiato durante lo sgombero del 23 dicembre. Perche’ difficile? “A inizio gennaio il diritto di informazione era un po’ traballante, soprattutto al campo di Lipa, c’erano tensioni tra la Polizia e i giornalisti e quando abbiamo fatto alzare il drone abbiamo avuto un po’ di problemi per riuscire a prendere queste immagini”, racconta Lapini.

Proprio il campo di Lipa e’ un elemento nuovo rispetto al precede reportage che i due fotogiornalisti avevano realizzato gia’ un anno fa, perche’ “e’ stato aperto per l’emergenza Covid ed un posto invisibile agli occhi, nel mezzo delle montagne, quasi sul confine con la Croazia”, spiega Lapini. La foto piu’ incredibile? “E’ anche una delle piu’ tristi. Ci ha un po’ sorpreso, perche’ l’abbiamo fatta dopo aver trovato un sacco a pelo in mezzo a un parco, nella citta’ di Bihac, di fronte a un centro di accoglienza per famiglie e minori”, racconta Lapini: era il giaciglio di un ragazzo di 16 anni partito dal Pakistan, “dormiva nel parco da un paio di settimane perche’ era stato espulso dal centro dopo aver rifiutato andare a Tuzla”.

Perche’? “Semplicemente non voleva tornare indietro, per lui sarebbe stata una sconfitta”. A 16 anni ha intrapreso un viaggio dal Pakistan all’Europa da solo, “ma ci ha mostrato una forza e una tranquillita’ incredibili, una dignita’ che ci ha davvero spiazzato”. Proprio la questione dei minori non accompagnati e’ una delle piu’ significative, secondo Lapini, anche perche’ rappresenta “una delle maggiori criticita’ sui respingimenti. Il motivo che costringe molte persone a restare in Bosnia, infatti, sono i violenti respingimenti alla frontiere slovena, a quella croata ma anche a quella italiana”.

La foto da far vedere nelle scuole, invece, per Lapini e’ quella che ritrae un ragazzo iraniano che stava cercando di tornare in Europa, dove gia’ aveva vissuto per molto tempo e dove ha ancora amici e legami. Lapini e Muscella lo hanno incontrato dopo che era stato “appena respinto e picchiato dalla polizia croata. Zoppicava, tremava, era infreddolito e non mangiava da un paio di giorni”. Sono stati alcuni migranti provenienti dal Bangladesh ad accoglierlo nella ‘jungle’, riferisce Lapini: “Lo hanno messo davanti a un fuoco, gli hanno dato da mangiare e poi a spalle lo hanno portate nel campo”.

Ecco, “vorrei far vedere questa nelle scuole perche’ e’ una foto simbolo di come anche nei momenti piu’ difficili la solidarieta’ e’ qualcosa che non viene mai a mancare. Delle persone gia’ in difficolta’, che dovevano pensare alla propria di condizione, non ci hanno pensano due volte”, continua Lapini: “Spesso parliamo delle persone in transito come oggetti, invece hanno una propria soggettivita’. E’ un altro mondo di vedere le migrazioni”.

E qual e’ la foto che Lapini vorrebbe mostrare a chi dubita della veridicita’ del dramma che si vive lungo la rotta dei Balcani. Siamo di nuovo nella ‘jungle’ e lo scatto, in questo caso, ritrarre “un ragazzo che nel mezzo di una nevicata si e’ messo a fare una doccia, uno dei bisogni essenziali delle persone come per tutti noi”. Per lui significava versarsi l’acqua addosso con un banale recipiente, all’aperto. “Studiava Scienze politiche a Istanbul e vuole continuare a farlo”, spiega Lapini. “Parliamo di persone che partono perche’ vogliono, perche’ devono, per questioni familiari o economiche. Partono per cercarsi un futuro ed e’ un diritto che spetta a tutti”, sottolinea il fotoreporter: anche il ragazzo della foto “deve avere la stessa possibilita’ che ho avuto io di proseguire gli studi. E no, non farei a cambio con lui, come si dice in molti discorsi che purtroppo si sentono in giro”.

Questa foto, inoltre, da’ l’occasione di chiedere come si arriva a fare una foto di questo tipo, cosi’ intima e dolorosa. “Prima di fare una fotografia costruiamo un rapporto e una relazione con le persone. Nella ‘jungle’ siamo rimasti per diversi giorni e non rubavamo gli scatti. Cerchiamo di creare un rapporto piu’ paritario possibile, sapendo che la fotografia e’ comunque sempre un esercizio di potere. Ma si riesce ad instaurare un rapporto pulito, orizzontale e di fiducia”.

Infine, una foto in grado di dire che non tutto e’ perduto, che c’e’ speranza. Quella scelta da Lapini e’ stata scattata il 3 gennaio, durante le proteste dei migranti all’interno del campo di Lipa: “Chiedevano cose abbastanza semplici, una sistemazione dignitosa e la possibilita’ di continuare il proprio viaggio. Di base, il rispetto dei diritti umani”. Si parla di persone sfinite, che pero’ innalzavano cartelli con scritto in inglese “Non vogliamo cibo ma giustizia”, racconta Lapini.

Ecco, “anche loro sono un tassello del cambiamento. Siamo abituati a vedere immagini cliche’, il migrante piegato e cupo – fa notare il fotogiornalista – ma spesso queste situazioni tirano fuori una bella forza. Durante quelle proteste c’era una pioggia fittissima e noi, che pure eravamo attrezzatissimi, stavamo per dire ‘andiamocene in macchina’. Ma poi vedi loro e dici no, non si puo’ andare in macchina…” (Fonte Dire).