Dramma profughi in Bosnia, Amico: “Regione non si giri dall’altra parte”

Approvata la risoluzione del consigliere di Coraggiosa che chiede alla Giunta interventi urgenti per il dramma umanitario dei Balcani

REGGIO EMILIA – Il dramma umanitario che si sta consumando al confine tra Bosnia e Croazia pretende un’assunzione di responsabilità immediata. Per questo il consigliere regionale Federico Amico (ER-Coraggiosa), con una risoluzione a sua prima firma approvata quest’oggi, ha chiesto alla Giunta la creazione di un coordinamento degli enti locali regionali che hanno partenariati o gemellaggi attivi con i luoghi interessati, “per realizzare un intervento immediato e affrontare l’emergenza umanitaria, con il coinvolgimento delle Protezioni civili della regione e delle Ong presenti da tempo in Bosnia-Erzegovina”.

“Dobbiamo – ha affermato Amico illustrando la risoluzione – restare fedeli ai nostri valori e alle nostre leggi, senza cedere alla tentazione di esternalizzare a paesi terzi la gestione e il governo dei flussi migratori e di chi cerca rifugio in Europa. Non può essere la Libia il modello a cui guardare, dove i campi in cui approdano i migranti vedono sistematicamente violati i propri diritti fondamentali. Chiediamo, come Emilia-Romagna, che vengano soccorsi i profughi respinti e fermati sul confine della Bosnia e che sia mantenuta accesa l’attenzione su quanto sta accadendo alle porte dell’Europa, forti delle attrezzature che la nostra Protezione civile ha a disposizione”.

Le strade da seguire per far fronte a questa tragedia sono molteplici secondo il consigliere di Emilia-Romagna Coraggiosa. “Occorre anche sollecitare il Ministero degli Esteri – spiega – per il riconoscimento ufficiale per il campo di Lipa come emergenza umanitaria su cui convogliare gli sforzi delle organizzazioni non governative in grado di fornire assistenza alle persone. Ciò richiede un maggior impegno nell’appoggiare gli sforzi delle Ong presenti, in grado di fornire assistenza a quelle persone. Inoltre è fondamentale che la Regione Emilia-Romagna promuova, anche in virtù del ruolo riconosciuto alla presidenza dell’Associazione italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, un lavoro di sensibilizzazione al problema, tenuto conto che diversi Comuni emiliano-romagnoli risultano gemellati con altrettanti Comuni bosniaci come Tusla, Bihać”.

Tra le richieste avanzate all’esecutivo regionale arriva anche quella di sollecitare i presidenti di Camera e Senato e il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, “affinché vengano identificati i gruppi di profughi con i bisogni più urgenti e vengano inviati i necessari aiuti”.

Dopo che la “rotta balcanica” – utilizzata da centinaia di migliaia di profughi dalla Siria e da altri paesi per arrivare in Europa – è stata “ufficialmente” chiusa nel 2016, migliaia di persone si sono accampate nella foresta e in strutture abbandonate nel nord-ovest della Bosnia-Erzegovina. Ogni giorno migranti e richiedenti asilo provenienti dall’Asia, dal Medio Oriente e dal Nord Africa, cercano di superare le guardie croate armate appostate lungo il confine. Da anni vengono denunciati abusi, violenze e respingimenti illegali effettuati da parte di agenti croati.

Nel 2020 in Bosnia-Erzegovina sono transitate 16mila persone mentre più di 10mila sono rimaste bloccate nel paese. Di queste solo 6.300 sono registrate nei campi ufficiali. Inoltre, secondo fonti giornalistiche, tra i profughi ci sono circa 1.000 minorenni, la metà dei quali non accompagnati da un familiare o un adulto. La maggior parte proviene da Afghanistan, Siria e Pakistan ed è ospitata nei campi profughi, che però non offrono aree separate per minori, necessarie a fornire assistenza e protezione adeguate. Almeno 50 di questi non hanno invece neanche un posto nei campi “ufficiali”, sono costretti a ripari di fortuna presso edifici abbandonati, non ricevono cibo regolarmente e sono esposti a rischi per la salute e a violenze.