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Video trapper Gani, Aq16: “Contro lo stereotipo della peggio gioventù”

Il centro sociale: "Noi siamo dalla parte di quei ragazzi e contro chi li criminalizza, li compatisce, li indaga

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REGGIO EMILIADopo aver seguito il dibattito nato nei giorni scorsi sugli organi di informazione locale in seguito alla pubblicazione di un video musicale da parte del giovane trapper reggiano Gani, crediamo di dover spendere anche noi qualche parola per provare ad andare oltre la narrazione letta sui giornali che si è mossa su due direttrici fondamentali: da un lato dipingendo la natura di disadattati ed emarginati delle nuove generazioni, dall’altro sottolineando i modelli di violenza e criminosità espressi dai testi e le immagini di queste canzoni.

Una cosa vogliamo chiarirla subito, noi siamo dalla parte di quei ragazzi e contro chi li criminalizza, li compatisce, li indaga. Come spazio sociale che da sempre accoglie i giovani e si sforza di comprenderli promuovendo un certo tipo di aggregazione e di cultura alternativa a quella dominante, pensiamo sia necessario sgomberare il campo da ogni forma di giudizio e semplificazione.

Rifiutiamo il processo accusatorio e criminalizzante messo in piedi contro le nuove generazioni, descritte come sbandate e prive di riferimenti e valori. La musica, come ogni altra forma d’arte, si nutre degli stimoli derivanti dalla società circostante e li reinterpreta secondo i propri codici espressivi. I contenuti misogini e sessisti di alcuni testi, la ricerca ossessiva del successo incarnata dal denaro e l’esaltazione della violenza, come strumenti di emancipazione e riscatto non sono modelli comportamentali imputabili alla musica trap e a coloro che la praticano, ma sono propri della società e della cultura in cui viviamo e nella quale siamo immersi.

Allontanando da noi la volontà e la tentazione di esprimere facili giudizi, pensiamo sia giunto il momento di smontare pezzo dopo pezzo quello stereotipo della “peggio gioventù” che come uno spettro da sempre grava sulle generazioni più giovani, che quasi fossero un corpo estraneo alla società, sono sempre paternalisticamente valutate e severamente trattenute nel momento in cui scelgono di esprimersi, che si tratti di una forma d’arte con cui ricercare una propria identità o che scendano in piazza per rivendicare i propri diritti.

Rifiutiamo la retorica di una società che nel giudicare e costruire etichette e recinti isola una parte di sé e si scandalizza e stupisce nel momento in cui questa fa sentire la propria voce. Il periodo storico che stiamo vivendo ci restituisce la fotografia di una società frammentata in cui la pandemia ha acuito la condizione di isolamento e marginalità restringendo gli spazi di socialità e confronto.

Pensiamo che la responsabilità non possa ricadere sui giovani che da quasi un anno sono tagliati fuori dalle agende politiche in ogni livello di governo, bensì sulla società, che deve ripensare se stessa come modello collettivo che abbia nell’inclusione e nell’emancipazione i suoi valori fondanti. Il compito di fare questo, pur nel contesto pandemico, è anche delle amministrazioni comunali e territoriali che non possono più esimersi da investire e sostenere la nascita di spazi nella nostra città in cui questa nuova generazione possa esprimere liberamente e autonomamente se stessa, vincendo l’isolamento e la ghettizzazione a cui questa società l’ha relegata.

LabAq16

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