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Scuole superiori chiuse, l’istruzione può attendere

C'è una generazione di giovani che sta perdendo anni preziosi di studio: un danno incalcolabile che ci trascineremo dietro a lungo

REGGIO EMILIA – La decisione della Regione Emilia-Romagna di posticipare il ritorno in presenza degli studenti delle superiori al 25 gennaio lascia perplessi. Il governatore Stefano Bonaccini, ha parlato di “decisione sofferta” e si è trincerato dietro i dati dei contagi sostenendo che non vuole mettere in difficoltà le strutture ospedaliere. Comprendiamo la difficoltà di contemperare la salute con il diritto allo studio e sappiamo che la maggior parte della Regioni italiane (a parte Toscana e forse Abruzzo e Valle D’Aosta) stanno seguendo la stessa strada, ma, francamente, non ci sentiamo di condividere questa scelta.

La Regione aveva approntato un piano trasporti per fare andare in presenza gli studenti al 75% (dal 7 gennaio la presenza, in realtà era scesa al 50%) e si era detta pronta. Il 17 dicembre scorso l’assessore regionale Corsini aveva detto: “Mi chiedete se il 7 gennaio saremo pronti a far tornare i nostri ragazzi e le nostre ragazze a scuola? La risposta è sì, l’Emilia-Romagna ce la farà”. Ora il dietrofront.

Il direttore dell’ufficio scolastico provinciale, Paolo Bernardi, aveva detto, nei giorni scorsi, che era stato fatto un buon lavoro e si poteva partire in sicurezza. Lo stesso sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, il 6 gennaio scorso, su un quotidiano locale, commentando la notizia del rinvio dell’apertura delle scuole secondarie, dal 7 all’11 gennaio, aveva scritto che “la scuola italiana non può essere un vaso di coccio”. Sottoscriviamo.

E’ stato fatto un lavoro enorme da Comune, Provincia, Ausl, dirigenti scolastici, azienda dei trasporti e prefettura per mandare i nostri ragazzi a scuola in sicurezza dato che il problema principale non è tanto la presenza in classe, ma l’affollamento sui mezzi pubblici e gli assembramenti fuori dagli istituti. Ora ci vengono a dire che non è servito a nulla e che ben 22mila studenti nella nostra provincia devono continuare con la didattica a distanza.

Ripetiamo. Capiamo le esigenze di contenere i contagi, ma, allora, il lavoro svolto per mandare gli studenti a scuola in sicurezza non è servito a nulla? Quelle misure non erano efficaci? Perché, se lo erano, allora bisognava mandare gli alunni a scuola. Altrimenti si abbia il coraggio di dire che non bastavano.

C’è poi un altro problema. Le attività produttive continuano ad andare avanti. A parte bar e ristoranti, che pure aprono a singhiozzo, le aziende sono aperte e i negozi pure. Lavorare si può, quindi, ma studiare no? Qualcuno obietterà: “C’è la didattica a distanza”. No, ci spiace, ma non è la stessa cosa della didattica in presenza e i danni di quello che sta accadendo in questi anni ce li trascineremo dietro a lungo. C’è una generazione di giovani che, nel 2020, ha perso praticamente un anno di studio. Si sono fermati ai primi di marzo, sono andati a scuola un mese e mezzo e poi basta.

Ora sono di nuovo fermi. Quali competenze e conoscenze sta perdendo questa generazione? Come influirà questa pandemia nei confronti di questi giovani che, domani, dovrebbero contribuire a rendere migliore il nostro Paese? Senza parlare della profonda discriminazione che è insita nella Dad, perché è evidente, con questo strumento, che solo i ragazzi più seguiti e con famiglie migliori alle spalle e più benestanti possono permettersi connessioni perfette, computer e, soprattutto, genitori che li seguono nella Dad.

La preside del liceo classico e scientifico Ariosto-Spallanzani, oggi, su un quotidiano locale, commentava sconsolata: “Io non so quanto possano incidere le scuole sull’epidemia, ma quel che è certo è che sono chiuse da mesi e i contagi non si sono abbassati”. E ancora: “Sono preoccupata del fatto che, chi ci governa, stia trascurando la salute mentale dei giovani di domani. Sono loro che porteranno avanti il Paese. Non possiamo abbandonarli in questo modo. Lasciare i ragazzi lontani dall’istruzione è un danno incalcolabile”. Ha ragione. Siamo preoccupati anche noi.

In questi giorni i politici italiani si stanno accapigliando su quello che viene chiamato Recovery fund. Noi preferiamo l’altra definizione utilizzata per chiamare il piano per la ripresa dell’Europa, ovvero quella di Next Generation Eu. Non è un caso se, nel dibattito italiano, viene sempre usato il primo termine. E’ il sintomo che della prossima generazione importa veramente poco alla politica e la decisione di posticipare il rientro dei ragazzi a scuola ne è la prova.

Paolo Pergolizzi