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Covid, indagine Cna: una piccola azienda su quattro teme di chiudere

Situazioni diverse a seconda del settore: più ottimisti i comparti costruzioni (46,5%) e manifatturiero (36,2%); si teme la chiusura per le imprese di turismo (43,5%), trasporto (33,3%) e servizi per la persona (31,7%)

REGGIO EMILIA – Una piccola impresa su quattro teme di chiudere nel 2021 se l’attuale stato di difficoltà dovesse protrarsi nei mesi a venire. A rilevare questa drammatica situazione un’articolata indagine condotta dal Centro studi Cna tra gli iscritti alla Confederazione dal titolo “Pensare a un futuro senza Covid. Le aspettative delle imprese per il 2021”.

Quale 2021 prevedono gli imprenditori sotto il profilo economico italiano? Il 74,1% delle imprese coinvolte nell’indagine immagina che la caduta del prodotto interno lordo tricolore registrata nel 2020 possa essere recuperata solo parzialmente nel 2021. Il 23,1%, invece, è ottimista e crede che l’Italia sia in grado di riconquistare rapidamente i livelli pre-Covid. Giudizi influenzati dal settore operativo delle imprese. I comparti che il confinamento ha fermato (costruzioni) o ha rallentato in maniera sensibile (dal turismo ai servizi per la persona) propendono infatti per una visione negativa, occhiali rosa inforcano in genere quanti operano in aree come i servizi per le imprese, dall’offerta immateriale e con ampie possibilità di intervenire da remoto.

Passando dal generale al particolare non cambia, in sostanza, la situazione. A fronte di un 32,9% complessivo di imprese che nel 2021 ritiene di crescere (l’8,7% presume un incremento sui risultati pre-Covid) o perlomeno di recuperare le perdite accumulate nel 2020 (24,2%), si erge un predominante 67,1% scarsamente o per nulla fiducioso nel breve periodo. In particolare, il 40,1% delle imprese intervistate, dopo avere accusato un forte ridimensionamento nel 2020, è convinto che nel 2021 non tornerà ai livelli precedenti. E il residuo 27% ha addirittura paura di cessare l’attività nei prossimi mesi.

Disaggregando tali dati per settore, la palma dell’ottimismo va al comparto edilizio (il 46,5% è orientato favorevolmente, anche grazie alle speranze riposte nel Superbonus 110% e nelle altre agevolazioni previste per le costruzioni), seguito dal manifatturiero (36,2%). All’opposto, i settori a più accentuato timore di chiusura sono il turismo (43,5% del totale), il trasporto (33,3%) e i servizi per la persona (31,7%), comparti dove tre quarti e più delle imprese hanno subito danni economici gravissimi.

Quali strategie le imprese propongono al governo per uscire dalla crisi? Il ventaglio di opinioni è divergente, ma grosso modo può raggrupparsi in tre ordini di suggerimenti. Il 36,4% delle imprese che hanno partecipato all’indagine è dell’opinione di continuare lungo la strada tracciata dal governo, adottando ancora la diversificazione delle zone a seconda della gravità della situazione sanitaria.

Il 35,6% del campione ritiene invece che, a questo punto, le ragioni dell’economia siano prioritarie e debbano essere evitati nuovi confinamenti. Il 28%, infine, chiede che l’Italia proceda nel solco degli altri Paesi europei, al fine principale di mantenere invariata la posizione competitiva nazionale.

Passando dalle strategie alle azioni prioritarie le imprese tendono a compattarsi. Quasi quattro su cinque (il 78,7%, a essere precisi) ritengono che il governo debba garantire un adeguato sostegno alle imprese, una sorta di grido di dolore che supera il 90% nei servizi per le persone e sfiora tale quota nel turismo. Le altre priorità indicate da almeno una impresa su tre (la domanda prevedeva risposte multiple, ndr) sono gli investimenti in ricerca e istruzione, un massiccio piano di infrastrutturazione materiale e immateriale, il sostegno al reddito dei lavoratori.

“I decreti ristori hanno avuto come effetto di far galleggiare imprenditori e artigiani, ma non possono certo compensare i mancati guadagni. Ci auguriamo che il Covid-19 sia sconfitto dal vaccino entro i primi mesi dell’anno – chiosa il Presidente Cna Giorgio Lugli – ma fino ad allora saranno necessarie risorse da destinare ai ristori per le attività che continuano a essere penalizzate. Le norme vanno calibrate sulle dimensioni ridotte, caratteristiche delle attività produttive del nostro Paese. E invece si continua a legiferare sulla base di criteri che non hanno alcun riscontro nella tipologia imprenditoriale prevalente nella realtà italiana. Il risultato è che queste norme ricadono poi sulle piccole imprese, che ne pagano a loro spese l’inapplicabilità”.