L’Ausl: “La scuola è un luogo sicuro, i contagi arrivano da fuori”

Adl Cobas accusa: "Tamponi, cambiato il protocollo creando grandi incertezze e scaricando le responsabilita' sulle lavoratrici e le famiglie degli alunni"

REGGIO EMILIA – Dalla ripresa delle attivita’ didattiche a settembre fino ad oggi, l’Ausl di Reggio Emilia ha gestito oltre 250 classi nelle scuole della provincia con casi di positivi al covid. Lo ha detto ieri la direttrice generale dell’Ausl, Cristina Marchesi, precisando pero’ che “fino ad oggi la scuola si e’ dimostrata un ambiente protettivo, nel senso che noi non abbiamo riscontrato una diffusione all’interno della scuola. Con i protocolli che ha messo in piedi in estate, la scuola ha funzionato bene”. Insomma, conclude la direttrice, “dentro la scuola i casi vengono portati da fuori, da alunni o insegnanti”.

Contro i protocolli sanitari previsti, protestano intanto gli educatori del collettivo reggiano aderente al sindacato Adl Cobas. “All’apertura delle scuole a settembre – sottolineano – in caso di positivita’ di un alunno, in 24 ore tutta la classe era sottoposta a tampone e, dai giorni successivi, l’Ausl determinava la messa in quarantena della classe o la possibilita’ di continuare le attivita’ in presenza”. In ottobre e novembre invece, “viene cambiato il protocollo creando grandi incertezze e scaricando le responsabilita’ sulle lavoratrici e le famiglie degli alunni”, denuncia il sindacato.

Ora infatti “nel caso che un alunno risulti positivo, viene messo in quarantena e i tamponi al resto della classe vengono fatti solo dopo 10-15 giorni. L’educatore e’ costretto ad andare a scuola seguendo i propri alunni anche in altre classi, tutto questo senza sapere se sia positivo o meno, in attesa del tampone e rischiando di estendere il contagio”. In alternativa “l’educatore puo’ rimanere a casa in attesa che l’Ausl lo chiami per il tampone pero’, per un buco normativo, il periodo di quarantena preventiva non viene riconosciuto come malattia dai medici di base e, per l’ennesima volta, si trova ad affrontare un periodo senza stipendio”.

Molte lavoratrici, aggiungono i Cobas, “decidono di fare i tamponi privatamente con un costo medio di 80-90 euro per ridurre i rischi di contagio, somma che equivale a circa 2-3 giornate di lavoro”. Questa situazione, concludono i lavoratori “e’ inaccettabile”.