Regionali, ex rosse in crisi: “Salvini ha mobilitato gli elettori”

Secondo i politologi il problema dei partiti di sinistra resta "che non mobilitano piu' la societa'"

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REGGIO EMILIA – Toscana ed Emilia-Romagna “erano tutte e due rosse, ora lo sono un po’ meno”. Ma in entrambi i casi, come mostra il sociologo Ilvo Diamanti, alla fine in questo 2020 e’ prevalso il richiamo della vecchia tradizione politica. A gennaio, in Emilia, il disincanto dell’elettorato di centrosinistra “si e’ tradotto in una conferma”, quella del governatore uscente Stefano Bonaccini.

Invece in Toscana, sottolinea il sociologo dell’Universita’ di Urbino, uno dei protagonisti del convegno “Votare nel 2020” organizzato dall’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, solo una settimana prima del voto di settembre i sondaggi mai pubblicati davano una partita “piu’ che aperta”, addirittura con Susanna Ceccardi in vantaggio. “Alla fine c’e’ stata la paura, un sentimento last minute di timore che quella storia politica si interrompesse”.

Allora qual e’ il trait d’union tra le due vicende? Un indizio e’ il balzo in avanti dell’affluenza rispetto alle precedenti regionali del 2014. In Emilia-Romagna il drammatico 37,7% sempre citato come debacle epica, in Toscana un non troppo migliore 48%. Segno, argomenta ancora Diamanti, che in queste regioni “gli elettori di sinistra hanno preferito non votare, la disaffezione non si e’ espressa nel voto ad un altro partito. L’elettorato di sinistra esprime il proprio distacco semplicemente non votando”.

Il problema dei partiti di sinistra resta “che non mobilitano piu’ la societa’”, ma la mobilitazione in questo caso “e’ stata generata dalla presenza di Salvini”, che avrebbe avuto l’effetto di far ricordare ai toscani la loro storia politica: di qui la “reazione dell’ultimo minuto” che ha portato alla vittoria di Eugenio Giani. Dissente pero’ Paolo Natale dell’Universita’ di Milano, altro relatore dell’evento: “Il voto di sinistra non e’ il voto di chi non va piu’ a votare”, avverte.

“Nel 2014 in Emilia-Romagna il candidato del centrosinistra vinse di 20 punti, solo del 7,8% quest’anno con un’affluenza praticamente doppia”. Per Natale ormai “piu’ cresce l’affluenza piu’ aumentano probabilita’ di voto per il centrodestra”. Il Pd e gli altri partiti di sinistra, spiega, primeggia solo tra le elite, un 20-30% dell’elettorato, mentre nelle periferie dominano la Lega e i suoi alleati. Per questo Natale conclude con una provocazione: “Se votassero solo i laureati il Pd sarebbe il primo partito d’Italia”.

Ma non e’ confortante per le prospettive del centrosinistra nemmeno l’analisi di Luciano Fasano, che si e’ concentrato sulla parabola di Umbria e Marche, regioni ex rosse della periferia d’Italia passate al centrodestra. Una parabola dove un certo peso ha avuto dal 2008 in poi l’impatto della crisi economica. In questo, secondo Fasano, il M5s ha avuto una “funzione transitoria di sdoganamento”, una sorta di “liberazione dall’enclave tradizionale” verso il passaggio successivo a partiti d’impronta sovranista come Lega e Fratelli d’Italia.

“Un campanello d’allarme – secondo lo studioso – anche per altre regioni dove questo non e’ accaduto”. La politologa bolognese Donatella Campus si e’ invece soffermata sulla leadership, ormai non piu’ solo un “fatto nazionale” anche a causa dell’emergenza Covid. “Persone che sono in posti chiave possono avere una dimensione nazionale – spiega – e’ accaduto anche negli Usa con Andrew Cuomo. Alcuni presidenti di regione molto visibili”, come gli appena rieletti Zaia e De Luca “sono diventati un riferimento anche al di la’ del loro territorio”.

E potrebbero aprirsi la strada un giorno anche per guidare il Governo. “Una delle porte d’accesso per la presidenza degli Stati Uniti e’ essere stato governatore. In Italia questo bacino di leadership e’ stato finora meno sfruttato” (Fonte Dire).

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