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Il giudice Varotti: “Sbriciolata la credibilità della magistratura”

Il magistrato scrive sul caso Palamara-Mescolini: “Chi è implicato in questo sistema malato non può guidare gli uffici giudiziari”

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REGGIO EMILIAPubblichiamo, relativamente al caso Palamara-Mescolini, un intervento su toghe.blogspot.com del giudice Luciano Varotti (che vive in città, da 4 anni lavora in Corte d’appello a Bologna e per diverso tempo è stato giudice fallimentare nel nostro tribunale).

E alla fine ci siamo…Dopo la pubblicazione su numerosi quotidiani, nazionali e locali, delle riunioni avvenute in luoghi non istituzionali tra componenti ed ex componenti del Consiglio superiore della magistratura e personaggi politici (fatti, come noto, avvenuti nel maggio 2019), si assistite oggi a divulgazione di messaggi tra magistrati di uffici più periferici, quali ad esempio la procura di Reggio Emilia.

In tutti i casi, sia in quelli di interesse nazionale, sia in quelli locali, le persone coinvolte si sono spesso difese con i soliti e noti argomenti. Si è replicato asserendo che, in fondo, non vi sarebbe nulla di male a chiedere informazioni sul proprio procedimento di nomina e che, comunque, tali incontri o scambi di messaggi non avrebbero di fatto avuto alcuna ripercussione concreta sui processi decisionali del Consiglio superiore.

In altri casi le giustificazioni sono state più tragicomiche: “io non c’ero”, “c’ero ma dormivo”, “sarei dovuto andare via subito”, “si è sempre fatto così”, “abbiamo comunque nominato i migliori”, “non ci sono prove di commissione di reati”, “siamo alla cultura del sospetto”, “bisogna contestualizzare”, ecc…, sino ad arrivare, in qualche caso, a prese di posizioni in difesa di quello o di quel partito politico.

In realtà il vero danno arrecato alla magistratura nel suo complesso è molto più grave di quello che deriva da una nomina errata o caduta su un soggetto inidoneo (evento che anche in un sistema sano può verificarsi).

È stato infatti compromesso – direi sbriciolato – un bene forse non molto percepibile in prima battuta, ma di sostanziale importanza, ossia la credibilità dell’istituzione “magistratura”, che riguarda non solo il singolo partecipante a questo o a quell’incontro incontro o colloquio, ma l’intero sistema.

Qualunque persona, qualunque cittadino, oggi può legittimamente chiedersi (e sollevare quindi il dubbio) se le indagini, le decisioni e, in generale, gli atti della magistratura – sia essa di importanti uffici giudiziari, come pure di uffici periferici – siano stati assunti in piena indipendenza, oppure se essi siano stati condizionati da altre vicende e favori, oppure se siano il mezzo per ottenere future utilità in cambio.

E questo enorme fardello (del quale siamo tutti testimoni leggendo i quotidiani) grava non solo sulle indagini e sulle sentenze assunte nel passato dalla magistratura, ma anche sulle indagini e sulle decisioni che verranno assunte in futuro.

C’è dunque da chiedersi se, oggi, si possa permettere che alcuni uffici giudiziari siano guidati e diretti da magistrati implicati in questo anomalo e malato sistema di scambio delle correnti, oppure se essi non vadano in qualche modo rimossi, eventualmente mediante una volontaria iniziativa dei singoli stessi (quale ad es. una domanda di trasferimento).

I mezzi per procedere non mancherebbero, se si pensa che, oltre alla (probabilmente utopica) domanda di trasferimento della persona coinvolta, sussiste per il Csm la possibilità di non concedere al soggetto interessato la proroga quadriennale nelle funzioni, oppure la possibilità di trasferimento d’ufficio ex art. 2 del rd n° 511 del 1946, oppure, infine, l’annullamento d’ufficio dell’atto di nomina, ai sensi dell’art. 21-nonies della legge n° 241 del 1990, ove applicabile.

I mezzi, dunque, ci sono. Speriamo che alla fine sopraggiunga – un po’ come il settimo cavalleggeri nei film western – anche la volontà di procedere.

Luciano Varotti, giudice alla Corte d’Appello di Bologna, già a Reggio Emilia

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