Augustus Kargbo, l’eroe che ha portato in B la Reggiana

Intervista all'attaccante classe 1999 che ha riportato dopo 21 anni i Granata nella serie cadetta. La partenza a 13 anni dalla Sierra Leone, i sogni, le vittorie. Mister Alvini? "Un amico e un padre, perché come si fa con i figli, mi ha seguito e guidato in ogni circostanza. Non finirò mai di ringraziarlo"

REGGIO EMILIA – Un giovane uomo. Stiamo parlando di Augustus Kargbo, sierraleonese, classe 1999, che dal piccolo paese di Grassfield ( Freetown), passando per le vie di Campobasso, Crotone, Roccella Ionica è giunto alle porte di Reggio Emilia per donare alla Città del Tricolore la serie B. Serietà professionale, capacità di ascolto sono racchiuse in lui. Un ragazzo in grado di dare un calcio al razzismo mostrandosi superiore a qualsiasi forma di offesa, un vero esempio da seguire. Abbiamo il piacere di scambiare due parole con l’eroe del 22 luglio 2020.
Kargbo, il suo sigillo nella finale di Lega Pro al cospetto del Bari, ha regalato la serie B alla città di Reggio Emilia. E’ la conferma delle sue qualità, ma possiamo anche definirlo come il primo gradino di una carriera tutta da scrivere?
Ebbene si. Quando Numukeh Tunkara, fedele procuratore, mi ha comunicato che il ds Doriano Tosi da ben due anni inseguiva i miei passi, senza alcuna esitazione mi sono fatto raggiungere e prendere per mano sino a condurmi alla Reggiana. Un tornado di emozioni mi ha avvolto. Poi… la promozione agguantata è un ulteriore stimolo volto a migliorarmi su più fronti. Ringrazio il mister e lo staff tecnico che, giorno dopo giorno, sono stati al mio fianco. Personalmente fare parte di questa squadra mi onora in quanto, appena  approdato a Reggio Emilia, un abbraccio familiare mi ha accolto. Mi sento parte integrante di un gruppo che segue un progetto definito e al contempo ambizioso. In campo cerco di dare sempre il massimo in quanto voglio dimostrare, a chi mi ha voluto fortemente alla sua corte, di meritare la sua fiducia.
La storia della Reggiana, ricca di uomini e di grandi imprese, ora annovera anche il suo nome tra quello dei più importanti protagonisti. Quali sensazioni e quali responsabilità prova nel vestire la maglia granata?
Sensazioni indescrivibili e responsabilità che, quasi, mi spaventano. Aver riportato la Reggiana nel calcio che conta, dopo ben ventuno anni, non è solo un dato sportivo, ma un evento sociale. Allo stadio, ante pandemia, i tifosi osannavano il mio nome e questo è motivo di orgoglio ma, se proprio vuole saperlo, quando la gente mi riempie di messaggi di sostegno, di complimenti, quando cammino per strada concedendo una foto, quando ricevo saluti come fossi un amico, uno di famiglia, è allora che realizzo la portata di ciò che ho fatto insieme ai compagni d‘avventura. È come vivere due volte lo stesso momento perché, a fine partita, non mi ero reso conto di quello che stava accadendo, di quello che avevo fatto, ovvero segnare il goal che valeva la serie B. In quel momento ero concentrato solo su una cosa: vincere la partita. Nei giorni seguenti ho razionalizzato il fatto di aver cambiato la vita di tante persone e, mi creda, risulta difficile descrivere un’emozione così grande. Inoltre a spiccare è la consapevolezza di indossare la maglia granata, di sapere che sto giocando non solo per me, non solo per la squadra, ma per una città intera. E l’orgoglio si mette da parte quando si ha l’onore di entrare nella storia della Reggiana.
La forza di una squadra nasce dalla sinergia che si crea tra le diverse qualità e caratteristiche dei suoi giocatori. Pensa di riuscire a trovare il miglior aggettivo per qualificare il rapporto con i suoi compagni di squadra?
Questa squadra, questa società arde, poichè rinata dal fallimento. Ogni singolo giocatore voleva e vuole sempre più mostrare il proprio valore, dando il massimo sia in allenamento sia in partita. Siamo un “branco” coeso di amici, fuori e dentro dal campo, e questo ci ha permesso di superare i momenti di difficoltà. Condividiamo gli stessi obiettivi e lottiamo per vincere. Ognuno di noi si assume le proprie responsabilità, con lo sguardo dritto verso l’obiettivo. A spiccare è il legame con Lorenzo Libutti. Uno splendido rapporto di amicizia maturato con il passare dei giorni, lo considero come un fratello maggiore che ha cura di me, pensi che viene a prendermi con la macchina per accompagnarmi agli allenamenti e al contempo mi aiuta a prendere la patente. È una persona molto riservata, molto più di me, il che è tutto dire.
Ritiene azzardato definire il mister Alvini come un secondo padre?
Massimiliano Alvini è un allenatore, un amico, e sì, un padre, perché così come si fa con i figli, mi ha seguito e guidato in ogni circostanza. Non finirò mai di ringraziarlo in quanto capace di farmi crescere per diventare un calciatore e un uomo migliore. Vi è da dire che in allenamento alza spesso la voce, ma è il suo modus operandi per far si che le mie batterie non si esauriscano.
La sua è la storia di chi è stato costretto, ancora in giovane età, ad abbandonare la propria casa e trasferirsi in un altro continente. Si è così trovato a vivere in prima persona l’epopea delle emigrazioni di massa che sta cambiando il mondo. Quanti e quali ostacoli, quanti e quali appoggi ha incontrato e pensa di trovare per poter considerare conclusa la sua odissea?   
Avevo 13 anni quando sono andato via dalla Sierra Leone per trasferirmi in Guinea. Fui notato da Numukeh Tunkara, che divenne ed è tutt’ora mio agente, a Freetown, tra più di 50 giocatori presenti. Credendo nella mia qualità, lo stesso Tunkara persuase i miei genitori affinchè gli permettessero di portarmi in Guinea per un futuro radioso. Mia madre non voleva che abbandonassi la casa, ma io ero deciso a inseguire il mio sogno e, pur di agguantarlo, ho cercato e trovato il supporto di gente del mio paese che la convincesse a lasciarmi “scappare”. Non è stato facile, mio padre nel frattempo era venuto a mancare, e mia madre sentiva una grande responsabilità verso i suoi figli, ma alla fine ho vinto riuscendo a convincerla. E… il mio agente aveva ragione. Dalla Guinea è iniziato il mio viaggio verso l’Europa. Forse è qui che ho incontrato brutte persone le quali hanno cercato di mettermi i bastoni tra le ruote dato che, per ben tre volte, mi è stato rifiutato il visto. Chissà, forse se fossi riuscito a partire subito, a 14 o 15 anni, adesso sarei molto più avanti, ma sono ugualmente soddisfatto. In Italia, appena arrivato, ho trovato anche buone persone, tra cui Marta, una ragazza che mi ha ospitato e supportato al contempo. La mia prima squadra: il Campobasso; poi il Crotone, il Roccella e infine la Reggiana. I miei sogni si erano realizzati.
Come e quanto è riuscito a mantenere i contatti con la sua famiglia?
La mamma è sempre la mamma, di conseguenza la sento tutti i giorni avvalendomi di whatsapp. Devo ammettere che mi sorveglia a distanza. Inoltre, ho la possibilità di chiacchierare anche con i miei fratelli, tra di noi il rapporto è speciale. Purtroppo, a causa di questa pandemia, mi è impossibile raggiungerli. Inoltre, a onor di cronaca, le dico che per la finale playoff la mia casa di Grassfield si è trasformata, per novanta minuti, nel Città del Tricolore in quanto tutto il paese (più di 200 persone) si è accalcato per assistere al match in televisione. A Reggio Emilia vivo da solo e, a parte gli allenamenti, esco di rado da casa; non mi concedo distrazioni. Non mi definirei un timido, ma ho un carattere molto riservato. Durante il lockdown ho indossato il capello da chef cimentandomi nella realizzazione di piatti africani ed europei. Posso affermare di cavarmela egregiamente smarcandomi tra fornello e pentole, tanto da essere un vero e prorio esperto nella preparazione del succo di arachidi.
In ultimo, ma non per importanza, sappiamo che il suo cartellino è di proprietà del Crotone. Qual è il colore della maglia che pensa o spera di indossare nella prossima stagione?
Ambisco, naturalmente, ad arrivare in alto, ma questo non esclude necessariamente la Reggiana nel futuro. E’ anche vero che sono un gran tifoso dei Reds (Liverpool) sin da bambino. Era la squadra che seguiva mio padre e arrivare a giocare nel club inglese sarebbe un sogno ma, se anche mi trovassi a giocare nell’Anfield stadium, non potrei mai dimenticare le splendide sensazioni che mi hanno dato i colori granata.