Le rubriche di Reggiosera.it - Interventi

Aborto, il Pd: “Sconcertanti le parole del vescovo”

Gigliola Venturini, presidente assemblea provinciale Pd: ""utta la medicina va verso la riduzione di interventi chirurgici invasivi, con evidenti vantaggi per i pazienti. Perchè questo dovrebbe essere negato alle donne?"

Più informazioni su

REGGIO EMILIAPer l’ennesima volta, in Italia e anche nella nostra Reggio Emilia, si torna a discettare sulla legge 194 del ’78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”. Legge dello Stato che lo Stato troppo spesso non riesce a far rispettare, umiliando e costringendo tante donne a peregrinare da una città all’altra, a volte da una regione all’altra, in cerca di una struttura ospedaliera in cui non tutti i medici siano obiettori. Ma non è questo l’argomento purtroppo, nonostante la sua urgenza e pregnanza.

Si tratta invece dell’aggiornamento delle linee d’indirizzo, emanate il 12 agosto 2020 dal ministero della Salute, circa l’impiego della pillola RU486 nelle interruzioni di gravidanza, che consentiranno alle donne che vorranno usufruirne, di poter decidere fino alla nona settimana ed in regime di day hospital, anziché di ricovero prolungato e obbligato come pretendeva la governatrice dell’Umbria. Su questa importante novità si è immediatamente riaccesa la polemica.

Il vescovo Camisasca, con nostro grande rincrescimento, si è espresso con parole e posizioni per noi inaccettabili, parole sconcertanti anche per la loro durezza. Il vescovo infatti non esita a definire la depenalizzazione dell’aborto, ossia la legge 194, causa della cultura di morte alla base del problema della denatalità nel nostro paese. Sono parole gravi, una condanna senza appello verso le istituzioni dello Stato ma soprattutto verso le donne che ricorrono alla 194, ancor più se con metodo farmacologico, peraltro in evidente contrasto con la dichiarata preoccupazione per la loro condizione di sofferenza, solitudine e fragilità.

Nessuno può onestamente ignorare che il desiderio di maternità, nelle donne italiane, secondo le statistiche, è ben superiore all’attuale numero di figli per nucleo familiare, e non è certo la legge 194 ad impedire il realizzarsi di questo desiderio. Bisognerebbe avere l’onestà di ricordare che ben prima del 1978, al tempo in cui si facevano molti più figli, le donne abortivano assai più di oggi, e spesso a rischio della vita oltreché del carcere. E’ lì che si vorrebbe tornare?

In verità la vera cultura di morte era quella dell’aborto clandestino, vergogna di un sistema che allora sì lasciava le donne sole, di fronte a una scelta difficile ma diffusissima. Era una realtà ben nota a donne di ogni estrazione sociale, politica e religiosa. Fu proprio questa consapevolezza che cementò l’alleanza intergenerazionale tra le donne italiane, madri e figlie, laiche e cattoliche, per dar vita, con la legge 194, ad un punto alto di convergenza, in nome di una maternità non più subita ma scelta e il cui valore sociale fosse riconosciuto e sostenuto dalla sfera pubblica, in primis dallo Stato. Una convergenza confermata dal risultato del referendum, incontestabilmente perso dagli abrogazionisti.

E’ vero, la denatalità è un grave problema e noi ne siamo preoccupate quanto il vescovo, può crederci, Tuttavia tutte le analisi sulle cause del calo demografico convergono sulla difficile e insufficiente condizione lavorativa delle donne italiane, sullo scarso valore sociale della maternità, sulla penuria di servizi e politiche di sostegno alla genitorialità, nessuna ci pare sugli effetti della 194.

Ci ascolti il vescovo di Reggio Emilia, sostenere maternità e genitorialità per combattere il declino del Paese è anche per noi una assoluta priorità e su questo terreno troverà da parte nostra attenzione e disponibilità al dialogo ma non certo contrastando la legge dello Stato 194.

Una legge che tra mille difficoltà ha salvato la vita a tante donne, ha smascherato un sistema sanitario privato illegale, per altro a disposizione delle donne che se lo potevano permettere, lasciando tutte le altre in mano alle mammane, ma soprattutto e innegabilmente ha ridotto in modo costante e sensibile il ricorso all’aborto grazie al prevalere di una cultura della prevenzione e di quella contraccezione che ancora anima un faticoso dibattito negli ambienti cattolici, e che invece dovrebbe avere nuovo slancio e facilitazione presso le giovani generazioni.

La pillola RU486 si iscrive in questo percorso senza alterare i cardini e i protocolli della legge 194, dall’accompagnamento della donna nella decisione all’informazione sui servizi a sostegno della maternità e sul ruolo dei consultori nella prevenzione di future gravidanze indesiderate. La pillola RU486 dunque non si compra alle macchinette come un preservativo. La deospedalizzazione non significa abbandono. Il protocollo prevede uno stretto collegamento tra la donna e la struttura sanitaria, con un prima un durante e un dopo, come già dichiarato dai responsabili sanitari incaricati.

Del resto tutta la medicina va verso la riduzione di interventi chirurgici invasivi, con evidenti vantaggi per i pazienti. Perchè questo dovrebbe essere negato alle donne?

Gigliola Venturini, presidente assemblea provinciale Pd, Conferenza donne democratiche Reggio Emilia

Più informazioni su