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Primo Maggio, la festa del lavoro che non c’è

Ci sono italiani che non hanno mai smesso di lavorare e temono per la loro salute e concittadini che vorrebbero lavorare, rispettando le misure di sicurezza, ma non possono. Una disparità di trattamento inaccettabile

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REGGIO EMILIA – “Un lavoratore su due ha smesso del tutto di lavorare durante il lockdown in Italia, contro uno su tre nel Regno Unito o uno su quattro in Germania, secondo un’indagine curata da Vincenzo Galasso (vedi lavoce.info). È stato un non lavoro forzato, spesso disperato perché non coperto adeguatamente da ammortizzatori sociali. Chi ha subito riduzioni del proprio reddito era già tra i lavoratori più poveri in partenza”. Lo scrive oggi su Repubblica Tito Boeri.

Passiamo allo slogan del Primo Maggio. “Lavorare in sicurezza per costruire il futuro”. Nei loro discorsi indirizzati in queste ore agli iscritti, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno puntato molto sulla “sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Lavoro e sicurezza. E’ un Primo Maggio strano questo. Festeggiamo il lavoro, ma il lavoro per molti nostri concittadini non c’è. Milioni di italiani sono a casa con un futuro incerto. Ma non tutti. Ce ne sono altri che non hanno mai smesso di lavorare. In che condizioni? In molti casi non si sa. Il nostro giornale titolava, oramai un mese fa, dati Camera di commercio, che un’azienda su due nel Reggiano era aperta nel pieno della crisi. Solo due settimane fa titolava, con dati prefettura, che due aziende su tre erano aperte nella nostra provincia.

Ieri, sul nostro sito, il segretario dei metalmeccanici della Fim Cisl, Giorgio Uriti, lanciava un allarme. “Aperto l’80% delle aziende, il problema ora è la sicurezza”. E aggiungeva: “Nonostante svariate segnalazioni alle prefetture da parte dei sindacati, non abbiamo avuto riscontri accettabili. Ci sono aziende corrette e imprese che continuano a lavorare senza alcuna specifica precauzione. Dove il sindacato non è presente, purtroppo accade di tutto”.

Sempre di questi giorni, invece, è la protesta di tutte le associazioni di categoria che premono perché negozi, parrucchieri, estetisti possano riaprire il prima possibile. I ristoratori reggiani hanno consegnato simbolicamente, per protesta, le chiavi dei loro esercizi al sindaco. Cosa sta accadendo dunque?

Sta accadendo che la Fase 2, in realtà, è già iniziata da tempo sul nostro territorio e probabilmente in molte regioni italiane. In seguito alle formidabili spinte di Confindustria l’attività di molte aziende è stata ritenuta necessaria e, ad altre, è stato concesso di aprire perché avevano codici Ateco che lo permettavano e perché bastava fare un’autocertificazione. Speriamo che i controlli ci siano stati per vedere se era tutto in regola e potevano aprire. Ma poi c’è il problema della sicurezza. Dove sono i controlli per quel che riguarda la sicurezza?

Questo giornale non è favorevole a un locdkown duro. Anzi. Pensa che, rispettando i protocolli di sicurezza, si devono aprire più aziende ed esercizi commerciali possibile e che la gente deve poter uscire di casa rispettando le misure di distanziamento fisico. Ma, e questo è un punto fondamentale, tutto deve essere fatto rispettando i protocolli di sicurezza. La domanda che abbiamo già posto e che torniamo a porre è questa. Quanti controlli vengono fatti nelle aziende? Quante sono quelle sanzionate? Silenzio. Ad oggi non si sa. Nessuno comunica questi dati.

Nel frattempo, invece, ci sono piccolissimi imprenditori, partite iva, professionisti in vari settori che non lavorano. Forse perché hanno meno rappresentanza rispetto alle grandi aziende, o forse perché il loro lavoro non viene considerato essenziale. Ma parliamo di famiglie e di soggetti che danno lavoro, a loro volta, a decine di migliaia di persone sul territorio nazionale. Se la maggior parte delle fabbriche sono aperte (non si sa in che condizioni di sicurezza), perché un parrucchiere, un venditore di abbigliamento, un ristoratore non devono aprire rispettando le misure di sicurezza pure loro? Mistero.

E’ un Primo Maggio strano. Festeggiamo un lavoro che non c’è e chiediamo una sicurezza che non siamo sicuri venga rispettata nelle aziende che sono rimaste aperte. Ci sono italiani che lavorano temendo per la loro salute e italiani chiusi in casa che vorrebbero lavorare e temono di non riaprire mai più le loro attività. E’ una disparità di trattamento inaccettabile. Serve al più presto che tutti siano messi in condizioni di lavorare, ma, soprattutto, che vengano fatti controlli serrati in tutte le aziende per verificare il rispetto dei protocolli di sicurezza.

Paolo Pergolizzi

 

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