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Coronavirus, Corte dei Conti: “Privilegiati i grandi ospedali: cittadini non protetti”

I magistrati contabili: "La mancanza di un efficace sistema di assistenza sul territorio" che "ha lasciato la popolazione senza protezioni adeguate. Medici in fuga: in otto anni 9mila emigrati in cerca di stipendi migliori"

REGGIO EMILIA – Aver “concentrato le cure ospedaliere in grandi strutture specializzate riducendo quelle minori, che per numero di casi e per disponibilità di tecnologie non garantivano adeguati risultati di cura”, nell’epidemia di Covid-19 ha mostrato tutte le sue conseguenza ‘dannose’, ovvero “la mancanza di un efficace sistema di assistenza sul territorio” che “ha lasciato la popolazione senza protezioni adeguate”. E’ quanto sostiene la Corte dei Conti nel “Rapporto 2020 di coordinamento sulla finanza pubblica”, nel capitolo dedicato alla “Sanità e il nuovo Patto per la Salute”.

“È infatti sempre più evidente che una adeguata rete di assistenza sul territorio – si legge nel documento – non è solo una questione di civiltà a fronte delle difficoltà del singolo e delle persone con disabilità e cronicità, ma rappresenta l’unico strumento di difesa per affrontare e contenere con rapidità fenomeni come quello che stiamo combattendo”.

“L’insufficienza delle risorse destinate al territorio ha reso più tardivo e ha fatto trovare disarmato il primo fronte che doveva potersi opporre al dilagare della malattia e che si è trovato esso stesso coinvolto nelle difficoltà della popolazione, pagando un prezzo in termini di vite molto alto”, rileva ancora la Corte dei conti sottolineando che le carenze in questo settore fino ad oggi “scaricate non senza problemi sulle famiglie” hanno finito “per rappresentare una debolezza anche dal punto di vista della difesa complessiva del sistema quando si è presentata una sfida nuova e sconosciuta”.

La magistratura contabile evidenza infatti come la crisi legata alla pandemia abbia “messo in luce anche, e soprattutto, i rischi insiti nel ritardo con cui ci si è mossi per rafforzare le strutture territoriali”.

E ricorda che “determinante nell’assistenza territoriale è il ruolo dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta convenzionati con il Ssn a cui spetta il compito di valutare il bisogno sanitario del cittadino guidando l’accesso agli altri servizi”. Ma “anche in questo caso il numero dei medici si è ridotto nell’ultimo quinquennio: del 3,8% nel caso dei medici di medicina generale e dell’1% per i pediatri.

Una flessione che è stata più forte nelle Regioni non in piano di rientro” a ciò si aggiunga “il progressivo ‘invecchiamento’ degli organici e la difficoltà, quindi, di garantire una adeguata sostituzione”. In flessione, inoltre, gli organici del servizio di guardia medica, che dovrebbe garantisce la continuità assistenziale per l’intero arco della giornata e per tutti i giorni della settimana. Tra il 2012 e il 2017 pur aumentando a livello complessivo i punti di guardia medica, il numero dei medici si è ridotto del 2,8%.

Nello stesso rapporto si sottolinea inoltre come sono oltre 9 mila i medici formati in Italia che negli ultimi 8 anni, secondo i dati Ocse, sono andati a lavorare all’estero in cerca di occupazione o di una retribuzione più adeguata. E hanno scelto, soprattutto, Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia. Il fenomeno “pur deponendo a favore della qualità del sistema formativo nazionale rischia di rendere le misure assunte per l’incremento delle specializzazioni poco efficaci se non accompagnate da un sistema di incentivi che consenta di contrastare efficacemente le distorsioni”.

La magistratura contabile, tuttavia sottolinea che spesso non si tratta di veri e propri trasferimenti stabili, ma di richieste temporanee . “Come osservato dal ministero della Salute – si legge nel Rapporto – l’aumento delle certificazioni rilasciate ogni anno dall’amministrazione ai fini della libera circolazione dei medici e dei medici specialisti laureati in Italia verso i Paesi dell’Unione Europea non corrisponde necessariamente al numero dei medici che effettivamente si trasferiscono stabilmente all’estero”.

Va infatti considerato che questi medici “- che per la stragrande maggioranza dei casi continuano a rimanere iscritti ad un Ordine italiano – possono chiedere tali certificazioni esclusivamente per effettuare prestazioni occasionali e saltuarie in uno Stato membro, come accade nel caso dei medici residenti in Regioni limitrofe al confine italiano”. In alcuni casi, “le certificazioni non vengono utilizzate, venendo meno l’ipotesi di un lavoro all’estero e in altri sono utilizzate per seguire percorsi formativi all’estero con l’intento di fare rientro in Italia”.