“Tempi difficili”

“Scrittori silenziosi” è una rubrica giornaliera, offerta da Reggio Sera per pubblicare i pensieri, le sensazioni e le riflessioni dei reggiani, mentre sono costretti, in questo tragico periodo, all’isolamento totale

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REGGIO EMILIA – “Scrittori silenziosi” è una rubrica giornaliera, offerta da Reggio Sera per pubblicare i pensieri, le sensazioni e le riflessioni dei reggiani, mentre sono costretti, in questo tragico periodo, all’isolamento totale.

Argomenti – racconti e poesie
Hai scritto un breve racconto o una o più poesie? Hai descritto un evento personale, il tuo stato d’animo durante questa solitudine? Hai raccontato il tuo dolore o la tua gioia per qualche felice occasione, per la guarigione di qualcuno, per un amore spuntato o separazione dolorosa o per un lieto incontro o triste perdita?

Invia il tuo scritto per mail a bassmaji.jean@libero.it. Oggetto: Scrittori Silenziosi. Non inviare a Reggio Sera.

 

Tempi difficili

Nonna A. aveva cucinato un’ottima cenetta a base di tortelli e salumi. Quella, per la donna, era stata una serata importante: finalmente, dopo tanto tempo, aveva potuto trascorrere dei momenti con i suoi cari nipoti che, durante il resto dell’anno, vivevano, con i genitori, a Lugano. I nipoti, Max di 12 anni e Sophie di 6, finita la cena si ritirarono nella camera degli ospiti e, come era loro abitudine, attesero la giunta di Nonna A.

Ella, poco tempo dopo, li raggiunse con in mano un vassoio di carico di biscotti al burro, ella gli avrebbe narrato un racconto. “Allora, miei cari nipoti! Cosa volete che vi racconti stasera?”, domandò A. che, avvicinatasi ai letti, rimboccò loro le coperte.

“Sai nonna? L’altro ieri, durante la lezione di letteratura, abbiamo affrontato i Promessi Sposi del Manzoni, approfondendo la pestilenza che colpì Milano nel 1630”, disse Max. “Quanti ricordi che mi riaffiorano ragazzi: quei dolci periodi di spensieratezza, quando andavo a scuola e, come voi, studiavo libri favolosi. Com’è che si chiamavano i personaggi? Fermo e Lucia?”.

Max, udita quella risposta, sorrise. “C’eri quasi nonna! Il personaggio si chiama Renzo”. “Uh!”, affermò la nonnina, arrossendo lievemente. “Non fateci caso, è l’età! Sapete ragazzi? A proposito di pestilenza, vi ho mai raccontato di quella che colpì il mondo intero poco più di 30 anni fa?”. I ragazzi allora, capendo che a breve sarebbe iniziato il racconto, si ammutolirono e, afferrando una manciata di biscotti, si misero a sedere.

“Erano i primi mesi del 2020 e tutti noi italiani ci stavamo ancora riprendendo dai festeggiamenti natalizi. Vivevamo la nostra vita, legati ai soliti attimi della quotidianità: c’era chi andava a scuola, chi viaggiava e chi, come me, lavorava in un supermercato. Voci lontane, provenienti dal lontano oriente, parlavano della fuga, da un laboratorio, di un virus o forse – non ricordo bene – della trasmissione di questo microscopico mostro dall’animale all’uomo. Erano voci lontane: la Cina, allora come adesso, si trova dall’altra parte del mondo. Le notizie che ci giungevano era frammentarie e confuse, tali che spesso non gli davamo nemmeno ascolto. Poi un giorno, come per magia, il virus mise piede qui in Italia e da quel momento fu una catastrofe. Col tempo da epidemia si passò a pandemia perché il virus “dalla testa coronata” si diffuse in tutto il mondo. Intere economie crollarono, i morti furono a migliaia tant’è che, per evitare i contagi, a noi cittadini venne chiesto un enorme sacrificio: non dover più uscire di casa, se non per andare a lavoro. Ora, cara Sophie, immagina come si sentivano quei bambini che, per mesi, non poterono più uscire di casa a causa dell’elevato rischio di contagio! Tu come ti saresti sentita?”

“Triste!”, rispose la piccola, dopo una decina di secondi. “Esatto. Noi italiani siamo un popolo avventuriero: abbiamo scoperto le Americhe! Come potevamo starcene rintanati nella quattro mura di casa? Non potevamo più abbracciarci, uscire a cena con gli amici, andare al cinema, a fare compere. Insomma dovevamo #stareacasa e fare finta di non essere italiani per un momento: di non essere bianchi, gialli o neri, di non essere di destra o di sinistra di non essere poveri o ricchi. Dovevamo salvaguardare, prima di tutto, la salute dei più deboli e di chi rischiava la vita andando a lavoro”.

“E tu nonna? Non andavi a lavoro?”, chiese Max. “Oh certo che sì! Io lavoravo in un supermercato e i supermercati, essendo di prima necessità erano sempre aperti. Pensate un po’ ragazzi: se avessimo chiuso anche noi, come avreste fatto a sopravvivere? Anche noi, tra mille difficoltà, con la nostra mascherina e i nostri guanti monouso, ci svegliavamo alle 5 di mattina per caricare gli scaffali e per non fare mai mancare niente alle persone. Medici e infermieri combattevano negli ospedali e noi, insieme a loro, davamo una mano al sostenimento della società. Furono mesi molto duri e difficili”.

“E com’è finita? Lo avete sconfitto?”, domandò Sophie. “Certo cara tant’è che io sono qui, oggi! Poco tempo dopo venne scoperto un farmaco miracoloso che scongiurava l’aggravarsi dei sintomi. In quei mesi molti di noi persero, amici e parenti o i nonni. Pensate ragazzi! I nonni quanto sono importanti per la società? Però, suvvia, non voglio rattristarvi! Quando partono i pensieri poi non li controllo più”.

I nipoti sorrisero. Nonna A., vedendo che l’ora si era fatta tarda, decise che era giunto il momento della buonanotte. Sì avvicinò alle guance dei nipoti e le baciò, poi si avviò verso l’uscio della stanza. “Un’ultima domanda nonna. Qual è stata la prima cosa che hai fatto, finito il periodo di isolamento?”. Udita quella domanda, la donna si fermò un istante e, chiudendo gli occhi, iniziò a riflettere. “Che bella domanda che mi poni”, rispose lei.

“La prima cosa che facemmo tutti fu abbracciarci. Fu uno di quelli potenti e forti. Sai perché? Avevamo sconfitto il mostro e finalmente potevamo tornare ad amare, a stare vicini l’uno con l’altro e a trascorrere i bei momenti in compagnia”.

Entoni Calamunci

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