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“Mia madre, 91 anni, è sopravvissuta al Coronavirus ma morirà di fame”

La signora Caterina Casarini: "Volevo portarla a casa, ma non me l'hanno permesso. Purtroppo, in un'ambiente che percepisce come ostile, rifiuta il cibo"

REGGIO EMILIAMia madre, Santina Catellani, ha 91 anni ed è affetta da demenza senile. Fino a prima dell’ospedalizzazione camminava benissimo e la sua salute fisica era perfetta. E’ sempre stata a casa sua e tre anni fa è stata portata a Stiolo di San Martino in Rio, a villa Bertani. Premetto che dal 2014 mia madre è soggetta a un’amministrazione di sostegno e quindi ha un tutore che è un avvocato nominato dal tribunale.

In febbraio, quando mi sono resa conto che il virus si stava diffondendo, ho chiesto al giudice di mandare a casa mia mamma. Avevo chiesto una dimissione urgente. In genere il giudice nel giro di 48 ore risponde, ma, improvvisamente, sono spariti e non hanno più risposto, né il giudice, né l’amministratore di sostegno. Questo fino al 18 di marzo, giorno in cui io, supportata dal mio avvocato, mi sono presentata davanti alla struttura.

Esce la direttrice e io dico che sono venuta a prendere mia madre. Dicono che mi faranno sapere e mi mettono in attesa. Passano delle ore. Poi ricompare l’amministratore di sostegno, che era lì e mi dice che non posso prendere mia madre.

Noi gli diciamo che la vorremmo almeno vedere. Chiamiamo anche i carabinieri, perché loro insistono che non la vogliono portare nemmeno giù tenendola a distanza. Le persone con demenza senile hanno bisogno di vedere la presenza fisica e non di vederci tramite un computer o una videochiamata. Loro mi dicono che non è possibile nemmeno quello. I carabinieri vanno dentro e riescono a mediare ad ottenere che, dopo tre o quattro giorni, potrò vedere mia madre.

Il 18 di marzo si fa vivo anche il giudice con una mail sulla mia posta elettronica in cui invia un provvedimento che rigetta, per futili e inconsistenti motivi, la richiesta. A suo parere non è dimostrato che, in una situazione come quella, non è aumentato il rischio di contagio. La situazione precipita. Il 20 marzo, alle 7.30 di sera, sulla chat della casa di riposo ci avvertono che ci sono casi sospetti di Covid in isolamento e altri in ospedale.

Un’ora dopo l’amministratore di sostegno mi chiama, alle 8.30 di sera e dice: “Se lei vuole sua madre, gliela diamo subito”. Io dico: “Va bene”. Il 21 pomeriggio mia madre viene inviata all’ospedale di Guastalla per i raggi x al polmone, come misura precauzionale. Mi viene comunicato che ha i polmoni puliti e può venire a casa. La domenica il giudice mi fa sapere che vuole una mia dichiarazione in cui scrivo che la prendo in casa a mio rischio e pericolo. Sottoscrivo questa dichiarazione e il giudice emette il provvedimento il 22 marzo. Il 23, lunedì, mi presento alle dieci in struttura.

Vado, suono e non mi risponde nessuno. La direttrice mi dice che devo aspettare. All’una escono e mi dicono che non posso portare a casa mia madre, perché ha avuto un episodio febbrile ed è stata mandata in pronto soccorso per accertamento. Mia mamma non è mai più tornata: hanno fatto il tampone e l’hanno trovata positiva. Lei ora è in lungodegenza al Santa Maria Nuova. I primi giorni si pensava che non ce l’avrebbe fatta e che sarebbe morta. Oggi sarà dimessa, perché sembra guarita. Purtroppo si è indebolita talmente tanto che rischia di morire di qualcos’altro. Ha smesso di mangiare, perché una persona con demenz senile che si trova in un ambiente così angosciante non ci riesce. E’ ovvio.

Mi hanno detto che deve essere portata alla Rsa di Albinea, perché non è ancora negativizzata. Ma se resta là, senza vedermi, in un ambiente dove non conosce nessuno, continuerà a non mangiare. Siccome le sue vene sono messe malissimo non riescono nemmeno più a nutrirla via endovena. E’ sopravvissuta al Coronavirus, ma morirà di fame.

Caterina Casarini