Il vescovo: “Tecnologia, spiritualità e ambiente per immaginare il futuro” foto

Monsignor Camisasca: "Riscopriamo l'agricoltura, soprattutto nelle zone di montagna. La tecnica ci aiuterà, ma anche il retroterra umanistico e spirituale del nostro Paese"

REGGIO EMILIA – “E’ importante attingere dal passato non per rimpiangerlo, ma per costruire un nuovo futuro. Dobbiamo cercare di disegnare qualcosa che ci permetta, attraverso le tecnologie, di riscrivere il passato. Nel nostro territorio abbiamo avuto, negli ultimi 30-40 anni, l’abbandono dell’agricoltura e delle zone di montagna. Si potrebbe ridisegnare lì, attraverso una nuova modalità di presenza, qualcosa di importante per il futuro”.

Tecnologia, ambiente e spiritualità. Nel pensiero del vescovo Massimo Camisasca c’è qualcosa di simile al “Green deal” ipotizzato da personaggi come Jeremy Rifkin, il guru mondiale dell’economia applicata all’ecologia. Anche se ovviamente, in un uomo di Chiesa, non può mancare l’aspetto spirituale per cui il vescovo parla anche di “un retroterra umanistico e che si faccia tesoro della cultura e dell’arte che anima il nostro Paese, insieme alle sue profondità spirituali che hanno fatto la storia di Italia”.

Queste sono le riflessioni del vescovo Massimo Camisasca in un’intervista concessa a Reggio Sera durante la quale ha fatto il punto della situazione sulla drammatica crisi che sta attanagliando il nostro Paese e il mondo intero. Monsignor Camisasca, nei giorni scorsi, ha anche mandato una lettera ai giornali con cui ha rivolto un appello, rivolgendosi a enti pubblici, associazioni di categoria, aziende e fedeli, in cui chiedeva di concentrare ogni sforzo sul lavoro.

Quando usciremo da questa crisi ci troveremo indietro e saremo rispediti nel passato?
Mi è stata fatta spesso questa domanda. Ci troveremo indietro, ma, in un altro senso, anche avanti. Indietro perché saremo depauperati di un’intera generazione di persone e avremo problemi enormi da affrontare, ma avanti perché avremo opportunità che, alla fine della seconda guerra mondiale, per esempio, non avevamo. Dobbiamo cercare di disegnare qualcosa che ci permetta, attraverso le tecnologie, di riscrivere il passato. Nel nostro territorio abbiamo avuto, negli ultimi 30-40 anni, l’abbandono dell’agricoltura e delle zone di montagna. Si potrebbe ridisegnare lì, attraverso una nuova modalità di presenza, qualcosa di importante per il futuro.

Il Coronavirus ha messo in crisi, secondo molti, anche un certo modello di sviluppo economico. Lei cosa ne pensa? Sarà sufficiente la tecnologia a salvarci, o servirà altro?
No, se pensiamo di rinascere soltanto attraverso le tecnologie non sarà possibile. Occorre un retroterra umanistico e che si faccia tesoro della cultura e dell’arte che anima il nostro Paese, insieme alle sue profondità spirituali che hanno fatto la storia di Italia. E’ importante attingere dal passato non per rimpiangerlo, ma per costruire un nuovo futuro. Il tema è anche con quali alleanze, quali soldi e quali aiuti. Sul disegno delle alleanze ci stiamo giocando il futuro dell’Europa.

E’ una Pasqua molto particolare questa. Come la passerà?
Penso che raramente la Pasqua sia avvenuta in modo così realistico come quest’anno. Pasqua vuole dire resurrezione e vuole dire che noi non siamo capaci di aggiungere da soli qualcosa alla nostra vita, ma otteniamo una vita piena e duratura solo da Dio. Mai come in questo momento, dunque, dobbiamo mettere in contatto noi uomini con l’energia che viene da Dio e con la capacità che lui dà non solo di promettere, ma anche di mantenere le promesse.

Cosa pensa che dovremmo fare nella nostra provincia, per far ripartire l’economia, una volta finita l’emergenza Coronavirus?
Ho fatto recentemente un appello a tutte le autorità pubbliche e private, perché si possa costituire un lavoro comune in vista della riapertura delle situzioni di lavoro e di produzione nel Paese. C’è stato sempre, negli anni del mio episcopato, una grande collaborazione fra le autorità civili e religiose che aumenterà e si incrementerà in questo momento. Non si tratta di farsi concorrenza a vicenda per vedere chi è il più bravo, ma di creare sinergie per aprire posti di lavoro. Bisognerà trovare, almeno temporaneamente, un lavoro qualunque per permettergli di riprendere e ricominciare. Poi dargli la possibilità di reinserirli sulle strade de lavoro da loro desiderato.

In molti si chiedono quando potremo tornare a fare una vita normale e quando potremo tornare al lavoro. Lei cosa dice?
Si tratta di vedere fino a quando dobbiamo stare in casa e quando potremo uscire. Quando ci sarà questa famosa fase 2. Si tratterà poi di riaprire le imprese e fare in modo che si possa tornare a lavorare. Queste imprese hanno già avuto un danno enorme, con licenziamenti e famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese. Ci saranno nuove povertà e nuove esigenze. Dobbiamo coniugare la esigenze della sicurezza con quelle della ripartenza della vita lavorativa. Questo sarà il compito più importante delle amministrazioni pubbliche che è arduo, ma necessario perché dobbiamo evitare un blocco del Paese che potrebbe diventare terribile.

In che modo, concretamente, la diocesi reggiana sta aiutando i più bisognosi?
Noi ci siamo occupati molto come diocesi, anche nei decenni passati, delle povertà. Oggi, purtroppo, la situazione è peggiorata. Innanzitutto ci preoccupiamo di dare da mangiare: abbiamo tre mense che garantiscono circa 400 pranzi e cene. Adesso non si possono più raccogliere le persone a mangiare e quindi diamo loro piccole ceste o le portiamo nelle case. Abbiamo poi luoghi di accoglienza per chi non ha una casa. Infine abbiamo attivato nuovi volontari che possono servire da tramite tra la diocesi e le persone che hanno necessità. Penso ai malati, ai deboli e agli handicappati.

(Foto e video Giuseppe Bucaria)