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Coronavirus, serve un’analisi costi-benefici del lockdown

Il rischio è che si arrivi a un punto in cui gli effetti economici della crisi potrebbero provocare in futuro più vittime rispetto alle vite che stiamo salvando oggi. La politica deve decidere e non c'è molto tempo

REGGIO EMILIA – Nel mese di marzo, secondo le stime, abbiamo bruciato 100 miliardi di Pil e saranno altrettanti, se le misure di restrizione saranno confermate, in aprile. Duecento miliardi di Pil equivalgono a poco meno di un decimo del nostro debito pubblico e a una decina circa di manovre economiche. Sono l’equivalente del prodotto interno lordo della Grecia.

Premettiamo subito che siamo fra quelli che condividiamo la assoluta necessità della chiusura delle attività produttive in questo periodo. La salute viene, ovviamente, prima del profitto. Però qualcuno deve iniziare a fare un’analisi, non solo in Italia, del rapporto costi-benefici della drammatica riduzione del Pil che stiamo affrontando.

Il rischio, infatti, è che si arrivi a un punto in cui gli effetti economici della crisi potrebbero provocare in futuro più vittime rispetto alle vite che stiamo salvando oggi con la chiusura delle attività produttive.

Facciamo un esempio. Noi oggi, giustamente, stiamo cercando di evitare che il sistema sanitario collassi. Le misure di contenimento servono per evitare sovraccarichi (e stanno funzionando). I sovraccarichi, oltre a mettere i medici di fronte alla drammatica scelta di quali vite salvare, mieterebbero anche altre vittime perché tutti quelli che arrivano in ospedale in condizioni critiche (infarti, incidenti, eccetera) non potrebbero essere salvati a causa delle terapie intensive occupate e dei posti letto carenti.

Il nostro sistema sanitario, tuttavia, viene finanziato grazie alle tasse che paghiamo. Se la crisi avrà effetti devastanti, come molti temono, molte imprese chiuderanno e ci saranno moltissimi disoccupati. In sostanza si pagheranno molte meno tasse. Meno tasse vuole anche dire meno servizi: quindi meno sanità, meno istruzione, meno trasporti, meno sicurezza. Quindi il rischio, restando alla sanità, è che oggi io salvo una vita, ma domani la perdo perché un sistema sanitario a pezzi non è più in grado di curare tutti.

Abbiamo fatto l’esempio della Grecia, all’inizio di questa riflessione. Ebbene, con le misure imposte dalla Troika quel paese è stato costretto a disinvestire in sanità e ora la mortalità infantile è risalita e la gente muore perché non ha più accesso alle cure come prima. E la sanità è solo uno dei tanti tasselli di questo puzzle perché bisognerebbe poi misurare l’impatto sociale della minore sicurezza, del calo dell’istruzione e delle difficoltà nei trasporti.

Serve quindi che chi ci governa, in questo Paese, al netto della retorica del “restate a casa”, “stiamo tutti uniti”, “siamo sulla stessa barca” e inni nazionali cantati dai balconi, tracci una deadline e stabilisca quando si sta per arrivare a quel limite (sempre che non ci siamo già arrivati, ndr) e, prima di arrivarci, inizi a riaprire tutte le attività economiche, gradualmente e in accordo con le parti sociali, con l’obbligo del rispetto, ovviamente, di tutte le misure di sicurezza necessarie. Questa decisione non spetta ai tecnici (protezione civile, economisti, virologi ed epidemiologi), ma alla politica che si deve prendere le sue responsabilità e deve decidere. Non c’è molto tempo.

Paolo Pergolizzi