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Coronavirus, l’emergenza che mette le democrazie a rischio

C'è una minaccia subdola che sta attraversando i nostri Paesi occidentali infiacchiti dal virus, ovvero che l'autoritarismo permanga, magari in forme diverse e striscianti, anche quando il pericolo sarà cessato

REGGIO EMILIA – C’è una minaccia subdola che sta attraversando le nostre democrazie occidentali infiacchite dal virus ed è quello del rischio che l’autoritarismo, giustificato dall’emergenza attuale, permanga, magari in forme diverse e più striscianti, anche quando l’emergenza sarà cessata. Ci stiamo abituando, purtroppo anche con forme di evidente compiacimento, che si manifestano nel triste hastag #restateacasa, a una privazione della libertà personale che non aveva uguali dal Dopoguerra. Solo durante la guerra uno stato di eccezione giustificava il coprifuoco. Coprifuoco dovuto al fatto che cadevano le bombe.

Qui, invece, ce ne stiamo chiusi in casa perché gli esperti (che fra l’altro cambiano idea un giorno dopo l’altro, ndr) ci dicono che se usciamo diffondiamo il virus. Nessuno che si chieda come mai, dato che 60 milioni di italiani sono in casa da un mese e mezzo, il virus continua a circolare. Nessuno che si chieda, soprattutto, come mai in altri paesi europei (e non solo) non si è ricorsi a forme così coercitive, ma si è data fiducia alla gente che ha applicato il social distancing senza dovere ricorrere a multe e sanzioni. Multe e sanzioni che, ci sia consentito, vengono appioppate con una discrezionalità enorme da parte delle forze dell’ordine che eseguono i controlli, perché il concetto di “prossimità” dalla propria abitazione, tanto per fare un esempio, è quanto di più vago si possa concepire.

Abbiamo perfino mandato a monte, senza fare nemmeno una piega, l’antica pietas che imponeva, perfino in tempo di guerra, di onorare i propri defunti. I nostri cari muoiono confinati negli ospedali senza nemmeno il conforto di una carezza da parte dei propri parenti con cui, magari, hanno vissuto fino a poco prima. Qualcuno dovrebbe spiegarci che problema ci sarebbe mai a consentire a un figlio, a una figlia, a una moglie o un marito di assistere negli ultimi momenti di vita il proprio caro.

Abbiamo abolito i funerali. I nostri morti vengono chiusi nelle casse e bruciati come se solo la loro vista fosse tremenda e fonte di contagio. Cosa anche questa che non ci risulta, per esempio, che avvenga in Germania e anche in altri stati europei.

Non battiamo ciglio di fronte al profluvio di decreti che piovono dal governo autorizzati dal Parlamento solo sulla base di un precedente decreto. Non ci stupiamo più se l’attività parlamentare, dei consigli regionali e comunali è fortemente ridotta. I politici nazionali e locali comunicano oramai solo tramite Facebook, con dirette che avvengono in modo unilaterale, senza che praticamente sia possibile porre loro domande da parte dei giornalisti. Una piazza virtuale in cui si ode solo la loro voce e che gli regala un palcoscenico libero da domande scomode come hanno sempre solo sognato.

Dicono che è per il nostro bene e che durerà solo per questo momento di emergenza e che poi tutto tornerà come prima. Ma è un abbaglio, perché non è vero che tutto tornerà come prima. Gli stessi governanti e politici si affrettano infatti subito ad aggiungere che, ovviamente, anche dopo ci saranno restrizioni e che sarà un periodo lungo. Allora noi gli chiediamo e ci chiediamo. Quanto durerà questa limitazione delle libertà personali, questa legislazione d’urgenza, questa democrazia mutilata? Lo facciamo, perché non vorremmo che qualcuno si affezionasse un po’ troppo a questa cappa di autoritarismo dettata dal clima di emergenza.

Paolo Pergolizzi