Coronavirus, un’infermiera: “E’ come essere catapultati all’inferno”

"Ci chiamano martiri, ma non lo siamo e neppure siamo alla ricerca della gloria, abbiamo semplicemente sposato la vita"

REGGIO EMILIA – “E’ come essere catapultati improvvisamente in un girone dantesco, dove a mancare è proprio una guida che indichi la via della cura”. A parlare è un’infermiera del reparto di terapia intensiva di un ospedale reggiano che, in questi giorni, è in prima linea nella trincea della guerra al virus.

Un intero paese, nonostante i colpi inferti da un morbo di origine ancora incerta (Covid-19), combatte a testa alta. Purtroppo la situazione di forte stress a cui sono sottoposte oggi le strutture sanitarie, ha portato ancor più alla luce le criticità dettate dai ripetuti tagli alla sanità pubblica.

Continua l’infermiera: “La terapia intensiva, di per sé, è un ambiente psicologicamente stressante. Basti pensare, e non è un mistero, che i nostri volti possono essere, in certi casi, gli ultimi che un paziente incrocia. E’ una convivenza difficile, ma non impossibile. Con questo caos, la preoccupazione e l’adrenalina si incrociano. Ogni giorno, ancor prima di iniziare il turno di servizio, la tensione si fa sentire, perché si combatte un nemico tanto sconosciuto quanto subdolo (si stima che il Covid-19 rimanga attivo in aria per trenta minuti e sulle superfici circa settantadue ore). Una volta che si aprono le porte del nosocomio, la missione è una sola, salvare più vite umane possibili”.

Malgrado ciò, medici e infermieri affrontano questo temibile avversario, trovandosi spesso in condizioni precarie, dal momento che i dispositivi di protezione vengono sempre meno e a prevalere in loro, è la consapevolezza di dover salvare vite umane.
Ma le protezioni contro il virus sono indispensabili. E’ come la preparazione di un guerriero. Racconta l’infermiera: “Arriva poi il momento della vestizione: camice idrorepellente (caldo e soffocante come una muta da sub, ma stando sulla terra ferma), mascherina FFP3 e occhiali protettivi, copri capo, dalle tre alle cinque paia di guanti, copri calzari”.

In questo stato di emergenza straordinaria sono chiamati a supporto anche gli specializzandi e per i veterani il lavoro aumenta, dato che non solo controllano lo status dei pazienti ma, al contempo, devono istruire le nuove leve.

Aggiunge l’infermiera: “Ci chiamano martiri, ma non lo siamo e neppure siamo alla ricerca della gloria, abbiamo semplicemente sposato la vita. Quel che veramente ci manca sono i gesti di affetto che possono esservi tra medico e paziente”. Poi ci sono loro, i volontari del soccorso con un cuore più grande della paura. Anche la routine per questi angeli è mutata. Angeli in quanto le parole da loro espresse valgono, oggi, più di mille fatti.

Racconta un operatore della Croce Rossa: “Quando squilla il telefono del 118 l’ansia sale, dato che si può essere chiamati a intervenire su un servizio per sospetto Covid-19. Un volontario non è necessariamente medico o infermiere, è abilitato a garantire il supporto di base alle funzioni vitali di un soggetto. Nello specifico, affronta questo virus equipaggiato allo stesso modo del personale medico che non esita a accompagnarlo e a supportarlo nella gestione operativa”.

La speranza che tiene tutti all’opera è che sia presto trovata una cura definitiva e che la speculazione, che da sempre sa approfittare di questi momenti di crisi, venga tenuta “a bada” dalle istituzioni.