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Coronavirus, il contagio che mette a nudo i limiti del nostro modello di sviluppo

Fermare tutte le attività non essenziali è l'unico modo per rispettare il lavoro di chi, oggi, è impiegato in quelli indispensabili e sta mettendo a rischio la sua salute per noi

REGGIO EMILIA – La nostra provincia ha pagato ieri un tributo pesantissimo al Coronavirus con 21 morti. E’ la cifra di vittime più elevata dall’inizio dell’epidemia e fa salire a quota 100 il totale di decessi. Per fornirvi un esempio, Piacenza, una delle città più colpite dal virus, ieri ha pianto 26 vittime.

Il totale di casi positivi nel piacentino è di 1.369 unità, il che ci piazza al secondo posto in Regione in questa poco invidiabile classifica. Prima è sempre Piacenza con 1.885 casi. La crescita non si ferma. Sono stati 980 in più oggi in Regione, mentre ieri erano 850 in più. E’ una crescita di 130 casi in più rispetto al giorno precedente, ovvero il 15 per cento in più. Si nota, invece, un leggero calo a livello nazionale che riflette un trend iniziato un paio di giorni fa, ma i numeri sono ancora molto alti e, tra poco, supereremo i contagiati complessivi della Cina.

Abbiamo sentito politici prendere di mira i runner e i camminatori solitari, chi esce per prendere una boccata d’aria: novelli untori, come quelli della peste manzoniana nel 1630. Il problema è che la gente ci crede e ripete, come un mantra, “state a casa”. Volete che si sveliamo un segreto? Questo è un trucco antico come il mondo. Si chiamano “armi di distrazione di massa” nel gergo dei comunicatori.

Si colpevolizzano delle categorie, in sostanza, per distrarre la vera attenzione delle persone da ciò che veramente costituisce il problema. Il problema, invece, certo di non facile soluzione, è quello che oggi, in questa situazione in cui siamo tutti bloccati in casa, l’unico vero mezzo di contaminazione fra le persone è dato dal lavoro. Se noi continuiamo a tenere milioni di persone al lavoro, in attività non necessarie, nelle fabbriche, spesso vicini l’uno all’altro (perché solo nelle aziende molto strutturate i sindacati riescono ad ottenere dei controlli, ndr) e li costringiamo a viaggiare insieme, in metropolitana, in treno e sugli autobus, il contagio continuerà e ci vorrà molto più tempo per tornare alla normalità.

In Cina, infatti, l’epidemia è stata stroncata chiudendo tutto nelle zone più colpite dal virus. Il problema è che le pressioni confindustriali sono fortissime su questo punto. Conte, in un primo momento, aveva provato a mettere in campo misure drastiche, ma poi l’attività di lobbying confindustriale lo ha convinto ad allargare le maglie delle aziende che resteranno aperte. Così non se ne esce. E’ difficile, come ha detto in un’intervista al nostro giornale il segretario della Fiom, Simone Vecchi, convincere la gente a pensare che per un padre portare il proprio figlio al parco la domenica sia un reato, ma non costituisca un problema, per quel genitore, andare il giorno dopo in fabbrica.

Ora il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha sospeso con un’ordinanza le attività economiche non necessarie nella provincia di Piacenza. Un provvedimento che, probabilmente, dovrebbe essere preso anche in altre province emiliane visto che, oramai, non siamo lontani dai dati piacentini. Molte aziende, in queste ore, stanno effettuando donazioni alla sanità e questo è un bene, ma dovrebbero essere consapevoli che la donazione più grande sarebbe quella di tenere chiuso per il bene della collettività.

E’ difficile da accettare e ci rendiamo conto dei costi economici che comporta, ma l’unico modo di fare cessare tutto velocemente è di lasciare aperte solo le aziende veramente necessarie per la nostra sopravvivenza e chiudere tutto il resto. Il fatto è che questo maledetto virus, paradossalmente, ci sta mettendo di fronte a una verità molto scomoda, ovvero sta mettendo a nudo le contraddizioni del nostro modello di sviluppo capitalistico. Stiamo soffrendo per i tagli portati aventi da decenni alla sanità pubblica, in favore di quella privata, proprio mentre avremmo un disperato bisogno di posti letto, in terapia intensiva, di medici e di infermieri.

Stiamo inoltre scoprendo che l’unica barriera che ci frappone fa noi e il virus è il lavoro. Quello straordinario di medici, infermieri, ma anche di commesse di supermercat e di tutta quella filiera che ci permette ancora di nutrirci. Per non parlare di tutti i lavoratori impiegati nei gangli vitali della nostro Paese: sicurezza, infrastrutture, informazione eccetera. Ma il lavoro è anche sicurezza, diritti, stipendi adeguati: tutte cose che, in questi anni, sono state fatte a pezzi dal neoliberismo imperante.

Dovremo prenderne atto quando tutto questo sarà finito, così almeno questo disastro sarà servito a qualcosa. E ora, se vogliamo che il sacrificio di chi lavora nei servizi essenziali non sia inutile, per rispetto a loro, per favore fermate tutto ciò che non è essenziale alla nostra vita quotidiana. Dopo ci sarà tempo per ripensare il nostro modello di sviluppo.

Paolo Pergolizzi