Rissa all’isolato San Rocco, denunciati nove ragazzi foto

Secondo la polizia a Reggio non c'è un problema baby gang, ma un boom di episodi di bullismo. Risse e rapine a coetanei: l'anno scorso 30 casi fra arresti e denunce

REGGIO EMILIA – Non sono baby gang, perche’ non ne hanno la struttura o le finalita’. Si tratta piuttosto di gruppi eterogenei per storia e provenienza geografica ma legati da un comune disagio, che fanno del bullismo, della prevaricazione e della violenza la propria modalita’ di affermazione. Un fenomeno ancora circoscritto a Reggio Emilia, ma analizzato dalla Questura a partire dell’escalation di risse ed episodi che hanno generato risonanza e allarme sociale, con protagonisti dallo scorso dicembre a pochi giorni fa (in un centro commerciale) sempre giovanissimi, da poco o non ancora maggiorenni.

A fare il punto della situazione e’ questa mattina il questore uscente Antonio Sbordone, nell’incontro “fissato da tempo” a cui hanno partecipato i dirigenti della Questura Guglielmo Battisti (squadra Mobile), Carlo Maria Basile (Volanti) e Francesco Panetta (divisione Anticrimine), oltre a Dino Giovannini, psicologo sociale e professore emerito all’universita’ di Modena e Reggio Emilia, invitato dallo stesso questore a fornire elementi conoscitivi delle dinamiche in atto.

“A Reggio Emilia non ci sono baby gang – afferma il questore – perche’ le bande hanno un minimo di organizzazione e stanno insieme per commettere dei reati. Questa situazione qui non c’e’. C’e’ dell’altro, cioe’ ragazzini poco piu’ o poco meno maggiorenni si incontrano in luoghi della citta’ che sono piu’ o meno sempre gli stessi e danno luogo ad episodi di prevaricazione su coetanei, comunemente definiti di bullismo”. Purtroppo, aggiunge Sbordone, “nell’ultimo anno ne abbiamo registrati molti e proceduto anche ad arresti che hanno coinvolto anche numerosi minori”.

Continua il questore: “Colpisce il fatto che questi ragazzini hanno varie nazionalita’ di provenienza ma stanno comunque insieme (tra loro parlano italiano, ndr). Evidentemente indica che vivono una situazione di disagio e infatti frequentano poco e male la scuola e hanno una necessita’ di affermazione con modalita’ violente”. E’ un fenomeno conclude Sbordone “che ci impegna molto sia sul fronte della repressione che della prevenzione anche se questi episodi, che creano allarme sociale, non hanno una grande rilevanza penale”.

In dettaglio nel 2019 sono stati circa 30 (in calo rispetto al 2018) i minori arrestati o denunciati per vari reati, tra cui 8 finiti in manette per le cosiddette “rapinette”, dove e’ scarso il valore economico dei beni sottratti con la forza alla vittima. Nove invece le persone indagate per la rissa avvenuta il 28 dicembre scorso sotto l’isolato San Rocco, in pieno centro citta’, dove si sono fronteggiati due gruppi di ragazzi composti il primo da egiziani, l’altro da un italiano, due georgiani e un albanese.

Uno scontro nato, emerge oggi, per un futile dissidio avvenuto tempo prima al bancone di una discoteca, dove due ragazzi delle fazioni opposte avevano litigato su chi dovesse ordinare per primo. Uno screzio amplificato da commenti sui social network che, tra l’altro, aveva portato il 27 dicembre ad un altro “confronto” con molti piu’ partecipanti in via Filippo Re.

A questi esisodi si aggiungono quelli dei ragazzi che hanno fatto irruzione nel liceo artistico Chierici e cacciati dagli insegnanti (9 denunce), il minore segnalato per i video sui social in cui scarrellava una pistola, e l’arma giocattolo (riproduzione fedele di una Beretta 92 in uso alla Polizia) sequestrata sempre nell’isolato San Rocco pochi giorni dopo la rissa ad un minore. Per il quale non ci sono state conseguenze, perche’ il porto di una pistola finta non e’ un reato.

Tra gli strumenti di prevenzione disponibili e utilizzati a Reggio anche l’ammonimento del questore, emesso anche in casi di cyberbullismo, che colpisce i 14enni e resta in vigore fino alla maggiore eta’. Anche per il professore Giovannini “Chiaramente non e’ una banda, ma sono soggetti che esercitano un bullismo di gruppo”, motivato a sua volta da un sentimento di rivalsa. Secondo il docente la lente di lettura per gli episodi sotto inchiesta e’ quello della cosiddetta “deprivazione relativa”, secondo cui le persone provano disagio e frustrazione quando pensano di essere deprivate di qualcosa che ritengono loro dovuto.

“Puo’ essere una famiglia alle spalle o cose banali come soldi, un cellulare o altri beni materiali”, spiega Giovannini. Va anche tenuto presente, aggiunge il docente Unimore, “che questi ragazzi sono figli di immigrati che a loro volta hanno vissuto difficolta’ e vivono condizioni familiari non sempre prive di problemi, soprattutto se pensiamo al pregiudizio forte che vige in questo momento nei confronti degli immigrati nel nostro Paese”. Questo innesca quindi un “comportamento di rivalsa”. Per evitare che il fenomeno degeneri, va “mappato, studiato e serve una risposta di comunita’ da parte di tutti gli attori istituzionali” (fonte Dire).