Aemilia 1992, il Pm smonta le contestazioni ai pentiti

28 febbraio 2020 | 21:57
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Aemilia 1992, il Pm smonta le contestazioni ai pentiti

Il pubblico ministero Beatrice Ronchi contro le contestazioni della difesa degli imputati. Il pentito Cortese è “preciso e ha dato spiegazioni logiche”

REGGIO EMILIA  – Resta tracciata sull’attendibilità dei collaboratori di giustizia la rotta del pubblico ministero Beatriche Ronchi, nella seconda udienza in cui svolge la sua requisitoria. Nel processo di Reggio Emilia “Aemilia 1992″, che vede alla sbarra i nuovi imputati per i delitti di ‘ndrangheta di Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo, uccisi 28 anni fa a Brescello e in città, il magistrato si è in particolare concentrato sull’analisi delle dichiarazioni del “pentito” Angelo Salvatore Cortese.

Lo stesso che, ha spiegato Ronchi venerdì scorso, aveva fornito importanti elementi di indagine sugli omicidi già nel 2008 (quando è passato dalla parte della giustizia), che furono però lasciati cadere nel dimenticatoio. A Cortese, ascoltato nelle udienze del 24 e del 31 maggio scorso, erano state mosse alcune contestazioni dai difensori degli imputati circa l’illogicità di alcune sue dichiarazioni, al solo scopo, afferma il pubblico ministero “di minarne la credibilità”.

Una di queste è relativa al racconto fatto da Cortese, partecipe del gruppo di fuoco e braccio destro del boss Nicolino Grande Aracri, quando nel 1999 quest’ultimo si scontrò con il vecchio boss di Cutro Antonio Dragone. Nel pieno della guerra scoppiata dopo l’omicidio di Raffaele Dragone, ultimo figlio rimasto al vecchio capo della ‘ndrangheta poi anche lui spodestato e ucciso, Cortese ha infatti detto che si spostava per Cutro in motorino e non in auto blindata come facevano in molti per evitare attentati. Affermazioni giudicate inverosimili dalle difese. Lo stesso interessato ha spiegato pero’ proprio nell’aula reggiana che poteva circolare senza “precauzioni” perché la famiglia Dragone sapeva che lui non aveva partecipato all’omicidio del figlio del boss e non aveva intenzione di vendicarsi contro di lui. “Altrimenti sarei stato scemo a fare da bersaglio”, ha aggiunto Cortese.

Sottolinea quindi Ronchi: “A parte la circostanza spontaneamente riferita degli spostamenti in motorino, per quanto possa non piacere alle difese, queste motivazioni hanno nella testa di Cortese una loro logicità. Lui non si sentiva in pericolo di vita, che poi lo fosse o meno non possiamo saperlo”. Ma sta di fatto “che in quel frangente lui di attentati non ne ha avuti”.

Altra “lancia” spezzata dal Pm per Cortese riguarda poi la “descrizione assolutamente precisa dei Ciampà, nonostante fossero e siano ancora un esercito, purtroppo quasi tutti liberi, e si chiamino tutti con gli stessi nomi”. Qui, dice Ronchi che successivamente ha trovato riscontro nele affermazioni del collaboratore “non so davvero come Cortese sia riuscito a farlo senza sbagliare”.