Aemilia 1992, il pm inizia la requisitoria e difende il pentito

Il sostituto procuratore Ronchi: "Cortese credibile fin dal 2008, ma ignorato per anni"

REGGIO EMILIA – Dopo un anno di udienze a Reggio Emilia inizia la fase finale del processo costola di Aemilia sui fatti di sangue del 1992. Terminato il dibattimento, il pubblico ministero Beatrice Ronchi ha infatti iniziato stamattina la sua requisitoria sugli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, freddati nella guerra tra le famiglie di ‘ndrangheta per il predominio sul territorio emiliano, epilogo delle faide di Cutro risalenti agli anni 70.

Per quei delitti, avvenuti nell’ottobre di 28 anni fa in citta’ e a Brescello, sono oggi imputati il capo della consorteria in Emilia Nicolino Grande Aracri, Antonio le Rose, Antonio Ciampa’ e Angelo Greco, indicati dai pentiti Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese come organizzatori o esecutori materiali degli attentati. Nel 1997 il primo processo dedicato a quei fatti ha condannato all’ergastolo come mandanti i nipoti del vecchio boss Antonio Dragone, Raffaele Dragone (classe 63) e Domenico Lucente, che si e’ tolto la vita in carcere.

Coinvolti negli omicidi anche lo stesso pentito Valerio, che si e’ autoaccusato ed e’ stato condannato nel 2018 rinunciando all’appello, Cortese assolto in secondo grado e Nicolino Sarcone, braccio destro di Grande Aracri, che ha confessato sotto il peso delle prove a suo carico e, sempre nel 2018, ha rimediato in primo grado una condanna a 30 anni.

Le prime tre ore in cui ha preso la parola Ronchi le ha esaurite per difendere la credibilita’ dei collaboratori di giustizia, in particolare di Cortese, che elementi per riaprire il “cold case” degli omicidi reggiani li aveva dati gia’ nel 2008 con dichiarazioni – denuncia in sostanza il Pm – rimaste ignorate e non riscontrate fino al 2017, quando anche Valerio e’ tornato sull’argomento. Il pubblico ministero inoltre, ha ricostruito lo spessore criminale degli imputati e la scia di sangue tracciata dagli anni 70 al 2007 da 29 morti tra l’Emilia, la Calabria e la Lombardia.

“Il quadro probatorio – sostiene Ronchi – e’ risultato confermato anzi e’ diventato granitico, si e’ assolutamente rafforzato perche’ un dato evidente emerso dallo svolgimento di questo dibattimento e’ stata proprio l’assoluta evanescenza di qualsiasi tesi difensiva, che non ha prodotto alcun risultato concreto sulla tesi dell’accusa e sul portato accusatorio dei collaboratori di giustizia”. Compresi gli attacchi che in diverse occasioni Grande Aracri ha rivolto ai pentiti, definendoli bugiardi e visionari, che per il pubblico ministero sono “il residuo di polveri bagnate che rimane al boss di Cutro per arrabbattare una difesa”. In “sostanza – conclude Ronchi – possiamo dire che quello che e’ stato ricostruito nell’agosto del 2017 ha trovato oggi piena conferma nel contraddittorio delle parti”.

Circa l’attendibilita’ dei collaboratori di giustizia, il magistrato dice di Valerio: “Nel 2017 viveva in totale isolamento, non vedeva nessuno tranne noi e il suo avvocato e non aveva nulla con se’, tanto meno un computer, internet o il famoso Facebook (contestato in Aemilia per i resoconti in tempo reale delle udienze, ndr)”. E ancora: “Nella mia esperienza non breve, fatta anche di 10 anni alla Procura distrettuale di Reggio Calabria non ho mai visto un collaboratore di giustizia cosi’ preciso. Valerio non sbagliava praticamente mai e quelle poche volte che tra milioni di cose riferiva un dato inesatto, poi nello sviluppare il racconto se ne accorgeva lui stesso e lo correggeva”.

Ancora piu’ netta la difesa di Cortese: “Quando nel febbraio del 2008 aveva manifestato l’intenzione di collaborare con la giustizia, aveva subito dato agli inquirenti dettagli veramente precisi, preziosi e puntuali che solo chi conosceva i fatti per averli vissuti in diretta, poteva riferire”. Dettagli e dichiarazioni che pero’ “sono stati lasciati li’ per anni nelle carte degli interrogatori mentre avrebbero potuto essere sviluppati, cosi’ esatti e particolari e che nulla avevano a che vedere con quanto Cortese aveva potuto apprendere dalle carte del processo degli anni 90, cui peraltro aveva partecipato come imputato”.

Tra i fatti svelati da Cortese e accertati attraverso i tabulati telefonici analizzati dagli inquirenti reggiani, ad esempio, il viaggio nella notte tra il 13 e il 14 ottobre del 1992 dei killer di Ruggiero dalla Calabria in Emilia, compreso il dettaglio riferito dal pentito di un controllo dei Carabinieri, fortunatamente per loro svolto da un militare di Cutro infedele amico delle cosce, che e’ compasrso in aula anche a Reggio Emilia.

“Nulla si sapeva di quel viaggio, la circostanza non era mai emersa e Cortese l’ha detta subito”, rimarca il Pm. Altra testimonianza che poteva essere approfondita fin dall’inizio e’ poi quella dell’ex fidanzata di Nicolino Sarcone, che lo accompagno’ in treno per portare al nord le finte divise da Carabiniere con cui si travestirono gli assassini di Ruggiero. Anche di lei Cortese aveva gia’ parlato ed e’ la donna intimorita che ha testimoniato a Reggio in preda al terrore.

“Una testimone – ricorda Ronchi – in evidente stato di difficolta’ personale, ma non certamente visionaria e pazza, calabrese, quindi ben informata sulla pericolosita’ della cosca Grande Aracri e spaventata all’idea di vedersela faccia a faccia con Nicolino Grande Aracri che in quella udienza informo’ pubblicamente di averla denunciata (caso poi archiviato, ndr)”. Insomma conclude Ronchi, “voglio sottolineare l’importanza epocale delle dichiarazioni di Cortese che non sono mai state prese da altri atti, le ha dette lui e sono riscontrabilissime in modo oggettivo, ma non sono state immediatamente comprese e riscontrate”. E dire, ha affermato il Pm in un altro passaggio della requisitoria, “che non ci voleva la Cia…” (fonte Dire).