Aemilia 1992, nuovo attacco di Grande Aracri ai media

Il boss si lamenta: "Pubblicano sempre la mia immagine". Poi attacca i pentiti

REGGIO EMILIA – Nicolino Grande Aracri torna a scagliarsi contro giornalisti e collaboratori di giustizia. Il capo della ‘ndrangheta di Cutro con epicentro in Emilia per gli affari nel nord Italia, rende per quasi un’ora dichiarazioni spontanee nel processo che, a Reggio Emilia, lo vede imputato con altri sodali della cosca nell’organizzazione e l’esecuzione dei due omicidi avvenuti nel 1992 sul territorio reggiano conteso dai clan.

Da un lato, Grande Aracri chiede il rispetto dell’ordinanza del Tribunale che vieta ai media la divulgazione delle immagini della sua persona, a cui non ha dato il consenso. Che invece, lamenta, “compare tutti i giorni sui giornali e le televisioni locali e perfino sul Tg3”, cosi’ che “tutti possono dire di conoscere Grande Aracri perche’ lo vedono sempre”.

Il boss contesta poi i resoconti su Facebook delle udienze (in realta’ molto meno frequenti rispetto a quelli relativi al dibattimento del maxi processo Aemilia di cui parte a febbraio l’appello) perche’ e’ grazie a questi “che i collaboratori di giustizia possono cambiare a piacimento le loro versioni”. Il dito e’ puntato in particolare contro Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese che pero’, puntualizza l’imputato, “non sono io a smentirli, lo fanno da soli con le loro scellerate dichiarazioni”.

Grande Aracri passa quindi ad elencare tutte le contraddizioni emerse a suo dire nelle affermazioni dei collaboratori di giustizia e dei testimoni sfilati in aula in questi mesi. Come quella sul colore della finta auto dei Carabinieri utilizzata nell’aggauto mortale di Giuseppe Ruggiero a Brescello, che secondo i pentiti sarebbe stata nera, mentre chi la pitturo’ materialmente ha sempre affermato essere blu. O le incongruenze di alcuni testimoni sui suoi figli maschi, visto che ha solo quattro figlie femmine.

‘imputato nega poi di aver mai fatto visita alla potente famiglia Pelle di San Luca, circostanza che gli viene attribuita da Valerio. E su quest’ultimo afferma: “Non ha fatto altro che copiare le dichiarazioni di Cortese, ha capito subito molto bene come entrare nel circuito della collaborazione”. Ecco perche’ “non c’e’ niente di convergente – conclude Grande Aracri – tra il narrato di Valerio e quello di Cortese”.

La stessa linea difensiva, quella della delegittimazione dei collaboratori di giustizia dai quali trae linfa la tesi accusatoria, e’ scelta poi da un altro imputato, Angelo Greco. “Antonio Valerio travisa la realta’ e pur sapendo di raccontare bugie le ripete ad ogni occasione cercando di nascondere la sua vera natura”, afferma Greco, prima di passare anche lui in rassegna le presunte incongruenze riportate nei verbali.

Chiamato dalla difesa, nel processo che si avvia alle battute finali, e’ stato ascoltato stamattina anche Vincenzo Pasqua, Carabiniere in servizio all’epoca dei fatti a Cutro e oggi in servizio a Reggio Calabria. Ha affermato di non conoscere Grande Aracri, “che all’epoca non era un personaggio noto come oggi”.

Il Pm beatrice Ronchi gli contesta pero’ una serie sterminata di controlli a casa del boss, rincarando la dose con un’accusa mossa al militare di divulgazione di segreto d’ufficio (poi archiviata perche’ il fatto non sussiste) in seguito alla quale Pasqua fu trasferito (Fonte Dire).