Federmeccanica reggiana: “Il contratto? Va bene il vecchio”

La replica degli imprenditori alla Fiom: "Fase recessiva, è l'unico sostenibile"

REGGIO EMILIA – Le imprese metalmeccaniche di Reggio Emilia rispondono alla Fiom-Cgil e alla recente indagine del sindacato sulla mancata redistribuzione dei profitti aziendali a vantaggio dei lavoratori. Un’analisi inserita nel contesto del rinnovo del contratto nazionale del comparto (su cui Cgil, Cisl e Uil hanno presentato una piattaforma unitaria) che per le parti sociali ha bisogno di una nuova rotta rispetto alle intese precedenti.

Per la Federmeccanica provinciale, che oggi fa il punto trimestrale della situazione del settore, occorre invece “proseguire sulla strada del rinnovamento intrapreso con il precedente rinnovo contrattuale” perche’ “si tratta dell’unico percorso sostenibile per imprese e lavoratori”. Secondo il gruppo metalmeccanico di Unindustria, infatti, il vecchio impianto “oltre agli incrementi retributivi, ha avuto il merito di introdurre diritti di grande valore economico e sociale”.

Ad esempio “l’assistenza sanitaria integrativa gratuita per i dipendenti e loro familiari”, il “diritto soggettivo alla formazione”, l’aumento “della contribuzione a carico del datore di lavoro relativa alla previdenza complementare” e i cosiddetti “flexible benefits” che nel triennio 2017-2019, “hanno riconosciuto ai lavoratori un valore di 450 euro netti per dipendente”.

Insomma una strada da continuare a seguire, tanto piu’ che, sottolineano gli imprenditori, “siamo purtroppo entrati in una fase recessiva, la produzione industriale del settore metalmeccanico negli ultimi 21 mesi ha visto predominare il segno meno e le prospettive per il 2020 non sono incoraggianti”.

In dettaglio, nel periodo luglio- settembre di quest’anno si e’ infatti registrato un calo della produzione del 6,2%, con ripercussioni negative anche sul fatturato (meno 5,5%). Per contro nei primi nove mesi dell’anno sono state autorizzate nel settore metalmeccanico 92 milioni di ore di ammortizzatori sociali, corrispondenti a circa 100.000 lavoratori a tempo pieno non utilizzati nei processi produttivi. L’incremento, rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, e’ stato mediamente pari del 57,9% con un picco del 95,4% per le ore di cassa integrazione straordinaria.