Mafie, sequestrati nove milioni di euro ai fratelli Muto

L'intervento dei carabinieri sta interessando le province di Reggio Emilia, Parma e Crotone e sta riguardando beni immobili e mobili

REGGIO EMILIA – Nuovo scacco alla ‘ndrangheta in Emilia-Romagna. Ieri i Carabinieri del Ros di Bologna con i colleghi del Comando provinciale di Modena hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo di beni emesso d’urgenza dal pm della Direzione distrettuale antimafia di Bologna Beatrice Ronchi, nei confronti dei fratelli Antonio (classe 1971) e Cesare Muto, il primo detenuto dopo la condanna in primo grado a 20 anni nei due riti del processo Aemilia per associazione di stampo mafioso, truffa ed estorsione (aggravati dal metodo mafioso), e il secondo non sottoposto ad alcuna misura cautelare.

I due imprenditori, attivi nel settore della logistica e trasporti, sono indagati insieme ad altre quattro persone, accusate di aver fatto da “prestanome” in attivita’ economiche gestite in realta’ dai fratelli, riconosciuti come affiliati del sodalizio ‘ndranghetistico emiliano legato alla cosca della famiglia Grande Aracri di Cutro.

L’operazione dei Carabinieri chiude il cerchio su una serie di accertamenti iniziati anni fa, che si collocano nei filoni di indagine dell’inchiesta Aemilia e Grimilde, quest’ultima scattata lo scorso giugno a Brescello. I beni sequestrati ai Muto, per un valore complessivo stimato in nove milioni, riguardano innanzitutto cinque aziende del settore immobiliare, della logistica e del trasporto di inerti (con fatturati intorno ai tre milioni di euro l’anno), con sedi operative a cavallo delle province Reggio Emilia, Parma e Mantova, ma diramazioni anche a Crotone. Le sedi legali delle societa’ sono pero’ tutte a Gualtieri, nel reggiano, epicentro dell’impero dei Muto.

I sigilli dell’autorita’ giudiziaria sono stati messi anche su 12 immobili (tra cui due capannoni, tre case e due ettari e mezzo di terreno), 92 veicoli (mezzi da lavoro come trattori stradali e semirimorchi, ma anche una Maserati e una Volkswagen) e nove rapporti bancari. Le indagini, partite anni fa e che hanno considerato oltre 700 rapporti bancari, hanno evidenziato come i Muto nel 2012 avessero attribuito fittiziamente la titolarita’ delle loro societa’ a madri e mogli ma nel 2013, dopo essere stati colpiti da un’interdittiva antimafia della Prefettura, avevano cambiato strategia.

Creando cioe’ la societa’ con sede a Parma Cospar Srl, operativa nel campo della commercializzazione degli inerti e dei trasporti e intestandone le quote ad un terzo (Salvatore Nicola Pangalli) con cui non hanno legami di parentela, per evitare provvedimenti ablativi del patrimonio riversato nell’azienda. Per il comandante dei Carabinieri di Modena Marco Pucciatti “questa operazione e’ l’ennesimo sviluppo di affermazione dello Stato sul territorio per il quale si conferma che le organizzazioni criminali non hanno affatto perso interesse”.