Mescolini rivela: “Aemilia nacque da una mega evasione fiscale”

Il capo della procura reggiana: "L'Agenzia delle entrate indagò su un buco fiscale di 90 milioni e poi esplose una bomba"

REGGIO EMILIA – Aemilia “nacque per caso, non per indagini programmate”. A svelare il retroscena della genesi del maggiore processo contro la ‘ndrangheta al nord mai celebrato in Italia, quello che si e’ chiuso in primo grado a Reggio Emilia il 31 ottobre scorso, e’ Marco Mescolini, oggi a capo della Procura reggiana e gia’ pubblico ministero nel processo quando era in forza alla direzione distrettuale antimafia.

“Nel 2006 – dice oggi Mescolini ad una platea di insegnanti che hanno seguito un corso di formazione sul processo – un gruppo di fratelli che avevano creato delle societa’ capaci di fare false fatture per milioni di euro in pochissimo tempo, fecero un assegno intestato alla ‘morosa’ di uno dei capi della cosca Arena (Paolo Pelaggi, legato al clan attivo nella zona di Isola Capo Rizzuto, insieme ai fratelli Emanuele e Davide, ndr)”.

Con “questo assegno che era di 90.000 euro – continua Mescolini – hanno fatto un buco (inteso come evasione fiscale) di 90 milioni in tre anni (perché hanno continuato ad emetterne degli altri, ndr), su cui e’ iniziata prima un’indagine da parte dell’Agenzia Entrate e poi anche da parte nostra”.

Intanto il 26 luglio del 2006, nel cuore della notte, una bomba fu fatta esplodere davanti alla porta di una sede dell’Agenzia delle entrate di Sassuolo. Un avvertimento – per il gesto Paolo Pelaggi e’ stato condannato nel 2012 – che segno’ il passo falso della consorteria mafiosa, portando infine agli arresti di Aemilia del gennaio del 2017.

Mescolini ha parlato del processo come di un’esperienza per lui coinvolgente: “Anche il dibattimento che abbiamo fatto e’ stato sui generis, perche’ normalmente dovrebbe consentire a chi sostiene l’accusa di provare il contenuto dell’accusa e del capo di imputazione. Noi abbiamo fatto un dibattimento che ha moltiplicato non solo le evidenze sui capi di imputazione ma i capi di imputazione stessa. Un’esperienza unica anche perche’ non e’ mai successo che due imputati alzassero la mano dalla gabbia, per chiedere di poter dire la verita’, barra di poter dire la loro” (Fonte Dire).