Il bar dei soprusi, storia di tirannia dei Grande Aracri

Paolo Grande Aracri, nipote di Nicolino e Manuel Conte accusati ora di estorsione e intestazione fittizia di beni. Soldi estorti, prestanome, botte e multe prese su auto altrui

REGGIO EMILIA – Hanno costretto il proprietario di un bar di Parma su cui avevano messo gli occhi a cederglielo gratis, nonostante avesse gia’ ricevuto una caparra da 2.000 euro da altri potenziali acquirenti e, una volta messe le mani sull’attivita’ e dopo averla intestata a un prestanome, lo hanno tenuto come dipendente senza pagarlo, obbligandolo addirittura a dare loro 17.200 euro. E quando, dopo pochi mesi, hanno rivenduto l’attivita’ alle stesse persone che prima avevano costretto a ‘fare un passo indietro’, si sono intascati l’intera cifra, pari a 35.000 euro.

Questo, in sintesi, e’ quanto ha ricostruito la Squadra mobile di Bologna, che ieri ha eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere, richieste dal pm della Dda Beatrice Ronchi ed emesse dal gip bolognese Alberto Ziroldi, nei confronti di Paolo Grande Aracri, nipote di Nicolino, e di Manuel Conte, entrambi appartenenti alla ‘ndrina di ‘ndrangheta dei Grande Aracri e accusati ora di estorsione e intestazione fittizia di beni.

La vicenda, spiega in conferenza stampa il capo della Squadra mobile, Luca Armeni, era gia’ emersa nell’ambito dell’operazione antimafia ‘Grimilde’, che a fine giugno ha portato all’emissione di 16 misure cautelari. Per i fatti ricostruiti nelle indagini che hanno portato a quell’operazione Grande Aracri si trovava gia’ in carcere, mentre Conte era agli arresti domiciliari. All’epoca, pero’, il gip non aveva ravvisato, nella vicenda riguardante il bar di Parma, elementi sufficienti per emettere ulteriori misure cautelari nei confronti dei due, elementi che sono poi emersi nel corso dell’estate grazie alle dichiarazioni della vittima e di altri testimoni, ad alcune intercettazioni telefoniche e all’esame della documentazione bancaria.

La storia e’ iniziata alla fine del 2017, quando Grande Aracri e Conte si inseriscono nella trattativa per la cessione del bar, che incassava circa 5-600 euro al giorno ma il cui titolare si trovava in difficolta’ economiche. L’uomo aveva gia’ trovato l’accordo per cedere l’attivita’ ad un acquirente che aveva anche gia’ versato 2.000 euro di caparra, ma i due, spendendo il nome dei Grande Aracri, hanno convinto quella persona a farsi da parte.

Alla fine, Grande Aracri e Conte si sono presi il bar, intestandolo a un prestanome (un lavoratore di un’impresa edile senza alcuna esperienza nel settore della ristorazione), ufficialmente per 10.000 euro, non garantiti da alcuna banca, da pagare in quattro rate da 2.500 euro. In realta’ quella somma non e’ mai stata pagata al venditore, che dopo la cessione e’ stato ‘assunto’ come dipendente del bar, senza ricevere nessun compenso se non qualche rimborso da 20-30 euro per la benzina.

Alla loro vittima, i due hanno subito detto di non tirare mai in ballo il nome dei Grande Aracri, e di presentare Paolo Grande Aracri semplicemente come Paolo Grande. I testimoni che sono stati sentiti, infatti, hanno dichiarato di conoscere l’esponente della cosca come Paolo Grande, anche se poi lo hanno ovviamente riconosciuto dalle fotografie. Nei pochi mesi in cui i due hanno controllato il bar, l’ex proprietario ha subito vessazioni sia psicologiche che fisiche, venendo picchiato all’interno del bar e costretto a spogliarsi per dimostrare di non aver sottratto soldi e a prestare la sua auto a Grande Aracri e Conte, che la usavano per girare nella Ztl di Reggio Emilia, lasciando poi alla loro vittima le multe da pagare. Oltre a questo, sempre l’ex proprietario continuava a risultare destinatario delle forniture del bar, quindi debitore dei fornitori se questi non venivano pagati.

La vittima era poi stata costretta ad aprire un conto e ad attivare una carta Postepay a suo nome, carta che pero’ veniva usata da Grande Aracri. Lo stesso Grande Aracri si era fatto dare dall’uomo, che era stato costretto a farseli prestare da parenti e amici, 17.200 euro, depositati tramite bonifico su un’altra Postepay utilizzata dal prestanome e poi girati sulla carta intestata all’ex proprietario del bar. Questo giro di soldi, ovviamente finiti nelle tasche della cosca, secondo Grande Aracri poteva essere giustificato ufficialmente come il pagamento della cifra concordata per rilevare il bar, anche se ovviamente gli approfondimenti degli investigatori hanno dimostrato che cosi’ non era.

Alla fine, nell’aprile del 2018, Grande Aracri e Conte hanno rivenduto il bar alla stessa persona che aveva gia’ versato la caparra prima del loro inserimento nella trattativa, intascando 35.000 euro di cui il vecchio proprietario non ha visto neppure un centesimo. Inizialmente sia la vittima che l’acquirente, evidentemente spaventati per le possibili conseguenze, non hanno fornito elementi utili agli investigatori: l’acquirente, anzi, quando fu invitato per la prima volta in Questura a Parma avviso’ Conte della convocazione.

Questa estate, pero’, dopo l’operazione ‘Grimilde’, lo stesso ex proprietario e altri testimoni hanno raccontato nel dettaglio cosa era successo, consentendo alla Polizia di raccogliere elementi sufficienti a far emettere, dal gip, le ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite ieri. E ora la vicenda offre l’occasione agli investigatori per lanciare un appello a denunciare ad altre eventuali vittime.