Gli “Amanti di Modena” erano due uomini

Determinato da ricercatori Unimore e Unibo il sesso degli scheletri ritrovati mano nella mano in una necropoli tardo-antica di via Cito Menotti a Modena

REGGIO EMILIA – Gli “Amanti di Modena” sono due uomini. La scoperta è stata fatta da ricercatori e docenti dell’università di Modena e Reggio e di Bologna. Il celebre ritrovamento dei due scheletri, trovati mano nella mano, avvenne nel 2009 durante gli scavi in una necropoli tardo-antica (IV-VI sec d.C.) in via Ciro Menotti a Modena. Per risalire al loro sesso è stata usata una tecnica semplice e innovativa, che permette di determinare il sesso di un individuo a partire dalle proteine contenute nello smalto dei suoi denti.

Gli Amanti
Nel 2009 a Modena lungo viale Ciro Menotti, durante gli scavi archeologici condotti dalla allora Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna eseguiti per la costruzione di un edificio residenziale, venne in luce un sepolcreto di età tardo-antica (IV-VI sec a.C.), in cui era stata collocata anche la tomba contenente i due individui deposti nello stesso momento con le mani intrecciate palmo a palmo. La notizia fece il giro del modo e i due scheletri furono subito ribattezzati come gli “Amanti di Modena”.

Nonostante la pessima conservazione delle ossa e la conseguente impossibilità di una attribuzione certa in termini di sesso, si iniziò a parlare di un uomo e una donna sepolti insieme, nell’atto di mostrare simbolicamente il loro amore eterno. L’inaffidabilità delle analisi genetiche condotte, per via dello scarso grado di conservazione dei resti, ha lasciato il mistero irrisolto, lasciando la narrativa sugli amanti inalterata.

La scoperta odierna
Grazie all’applicazione di una tecnica semplice e innovativa che permette di determinare il sesso di un individuo a partire dalle proteine contenute nello smalto dei suoi denti, tuttavia, è stato finalmente possibile determinare con certezza che gli individui fossero entrambi di sesso maschile. La scoperta, inaspettata e rivoluzionaria, dal punto di vista metodologico e per quanto riguarda la conoscenza circa le sepolture tardo antiche, è il frutto degli sforzi di un team tutto italiano che comprende membri del Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche, Dipartimento di Scienze della Vita, Centro Interdipartimentale Grandi Strumenti dell’Università di Unimore e del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, nello specifico del Laboratorio di Osteoarcheologia e Paleoantropologia diretto dal prof. Stefano Benazzi.

Il team, coordinato dal dottor Federico Lugli di Unibo, comprendente la dottoressa Giulia Di Rocco del Dipartimento di Scienze della Vita di Unimore, ha analizzato in spettrometria di massa alcuni reperti dentali attribuiti ai due “Amanti”, individuando specifiche proteine maschili in entrambi gli individui. Il lavoro è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports del gruppo Nature, e riguarda quello che – a tutti gli effetti – è un caso unico a livello mondiale.

Nel prossimo autunno gli autori di questa importante ricerca unitamente all’equipe di antropologi dell’Unibo e di archeologi della Soprintendenza e del Museo Civico Archeologico di Modena presenteranno le scoperte in una conferenza pubblica che si terrà a Modena presso le sale dei Musei Civici.

Nuove interpretazioni
“Con i dati attualmente disponibili – spiega il dottor Federico Lugli – non è possibile comprendere il tipo di legame che intercorreva fra i due individui: erano davvero amanti? O forse amici? È anche possibile che si trattasse di parenti più o meno prossimi. Probabilmente questa tomba rappresenta un gesto peculiare e personale dei due individui, piuttosto che una pratica ricorrente della tarda antichità, ma poteva avere comunque un valore simbolico agli occhi dei vivi, come in ogni pratica funeraria”.