Omicidio al Moulin Rouge, “Stefania” uccisa per un amore non corrisposto

Lo spacciatore di hascisc, Hicham Boukssid, che si è costituito stanotte, ha compiuto un atto di "rara crudeltà ed efferatezza". E' sempre stato nella zona nord est della città. Si è arreso perché non aveva scampo

REGGIO EMILIA – “Sono Hicham Boukssid, l’uomo che state cercando”. Scalzo, gli stessi vestiti di dieci giorni fa, la maglietta sporca, macchiata di sangue. Così si è presentato stanotte, all’1,35, alla caserma di Corso Cairoli, il marocchino che ha ucciso l’otto agosto scorso la barista 25enne cinese, Hui Zhou, al Moulin Rouge. I militari gli hanno dato da bere e poi, con calma, hanno cercato di capire dove avesse nascosto l’arma del delitto. Il clandestino è stato collaborativo. Gli ha spiegato che il coltello con cui ha ucciso “Stefania” con dieci fendenti, una lama di 19 centimetri, era in un cespuglio che, probabilmente, era anche il suo giaciglio, in una zona di boschetti, canali e cunicoli a nord-est dell’Ifoa. I militari sono andati là e lo hanno trovato.

A quanto pare l’omicida non si è mai allontanato da quella zona dove, pure, lo hanno cercato, senza sosta, le forze dell’ordine. Una forza e una resistenza non comuni, unite al fatto che il marocchino conosceva perfettamente la zona, dato che spesso la utilizzava per dormire la notte, hanno fatto sì che polizia e carabinieri non riuscissero a rintracciarlo. Gli stessi cani molecolari, dato che le sue tracce erano dappertutto visto che frequentava abitualmente quelle campagne, non riuscivano a trovare una traccia precisa. E così, braccato e stremato, ci ha pensato lo stesso omicida a consegnarsi ai carabinieri di Corso Cairoli, una zona che conosceva bene, dato che il marocchino è anche uno spacciatore ed era solito vendere hascisc nella zona dei teatri, oltre che sul lungo Crostolo.

I particolari delle indagini e della costituzione dell’omicida sono stati resi noti oggi nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato il dirigente della squadra mobile di Reggio, Guglielmo Battisti, il sostituto procuratore Marco Marano, che ha coordinato le indagini e il tenente colonnello Alessandro Dimichino, comandante del reparto operativo dei carabinieri.

Marano ha voluto sottolineare come quella di costituirsi sia stata una “scelta favorita, agevolata e coadiuvata dalle attività investigative intense e pesanti”. Ha aggiunto: “Le responsabilità dell’indagato per noi sono certe. Lo abbiamo braccato sul territorio e gli abbiamo fatto terra bruciata intorno. Ci sono ora attività in corso per capire se si sia sostenuto da solo o, invece, se qualcuno gli abbia dato una mano. Non abbiamo elementi per escludere nulla”.

Marano, che ha contestato a Hicham Boukssid, l’omicidio volontario, aggravato da premeditazione, sevizie e crudelta e motivi abietti e futili, ha parlato di “un omicidio di rara crudeltà e efferatezza”. Esiste un video di due minuti circa, che lo documenta, girato dalle telecamere interne al bar che, a suo dire, “fa male e ferisce a vederlo”. Il movente, secondo il magistrato, è passionale. Un amore impossibile e, molto probabilmente, anche unilaterale.

Sono attualmente in corso anche accertamenti sul cellulare della vittima che si preannunciano complessi, dato che non è stato possibile accedere, nell’immediatezza, al contenuto del telefono della barista. Formalmente il marocchino non ha fatto alcuna dichiarazione. Attualmente si trova in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia il 22 agosto di fronte al Gip.

Ha poi preso la parola Battisti che ha detto che, al momento dell’omicidio, all’interno del bar c’erano almeno undici persone. Cinque di loro sono state sentite nella notte come persone informate dei fatti, perché conoscevano l’autore del fatto ed erano scappate quando era arrivata la polizia. Al momento dell’omicidio erano presenti in quattro: un tunisino e altri tre italiani che non conoscevano il marocchino se non come un frequentatore del bar.

Ha detto Battisti: “Il primo intoppo è stato che il ricercato aveva un fratello, non residente con lui, regolare, molto somigliante. Quando il personale della questura, nell’immediatezza del delitto, l’otto agosto, ha visto arrivare il fratello, lo ha portato in questura ed ha effettuato una prima perquisizione della casa dove, purtroppo, Hicham non c’era. Lui aveva un domicilio relativamente stabile a Reggio, anche se gestiva un’attività di spaccio di hascisc che gli garantiva una buona disponibiltà economica. Lo spaccio si svolgeva sul lungo Crostolo. In quell’area nascondeva lo stupefacente ed era abituato a dormire in casolari abbandonati. Conosceva benissimo quell’area”.

Ha aggiunto Battisti: “Il secondo intoppo è stato che si è disfatto quasi subito del cellulare e il terzo che quella è un’area molto vasta e impervia. A distanza di dieci metri non vedi una persona se si sdraia. Noi lo cercavamo proprio nella zona che lui conosceva meglio. Ma non aveva scampo. La sua è una consegna per asfissia di opzioni e, forse, anche per fame”.

Il colonnello Dimichino ha aggiunto: “Il coltello che abbiamo trovato sotto il cavalcavia della tangenziale corrisponde alle perizie e alle indicazioni che ci ha dato la squadra mobile. Lui non ha confessato, però è cosciente di quello che ha fatto e quello che ha detto corrisponde a ciò che gli viene attribuito”.