Mafia nigeriana, blitz della Dda: tre arresti a Reggio Emilia

L'indagine ha consentito di ricostruire ruoli, gradi, gerarchie e regole di funzionamento all'interno dell'organizzazione criminale

REGGIO EMILIA – Piu’ di 200 uomini e donne della Polizia di Stato sono stati impegnati oggi nella nostra Regione nell’esecuzione di 19 fermi di indiziato di delitto, di cui tre a Reggio Emilia, emessi dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Bologna nei confronti degli appartenenti all’organizzazione mafiosa nigeriana Maphite, operante in tutta l’Emilia-Romagna. E lo stesso e’ accaduto a Torino in Piemonte con 300 agenti impegnati.

L’indagine ha consentito di ricostruire ruoli, gradi, gerarchie e regole di funzionamento all’interno dell’organizzazione criminale, nonche’ i diversi reati che hanno permesso all’organizzazione stessa la propria sopravvivenza ed il dominio in alcuni ambiti criminali: spaccio di sostanze stupefacenti, uso indebito di strumenti di pagamento elettronico, oltre a frequentissimi e violenti scontri con organizzazioni criminali nigeriane contrapposte.

Il rituale
In una nota la Questura richiama l’attenzione anche su altre caratteristiche particolari di questa mafia: “Tipico e conosciuto soltanto dagli adepti il modo di comunicare; rituale e prestabilito il modo di ingresso all’interno dell’organizzazione, di affiliazione, rigidissime le regole di comportamento e puntualmente codificate che ripercorrono in parte quelle piu’ conosciute delle organizzazioni di tipo mafioso italiane”. I provvedimenti restrittivi ed una serie di perquisizioni, disposte sempre dalla Dda della Procura di Bologna, sono stati eseguiti a Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Forli’, Cesena, Ravenna e Bergamo.

mafia nigeriana

Tra i destinatari dei fermi ci sono coloro che ricoprivano un ruolo apicale all’interno dell’organizzazione criminale; coloro che decidevano le nuove iniziazioni, che gestivano la prostituzione, che mantenevano i rapporti di forza con le altre organizzazioni criminali, che gestivano lo spaccio di droga nelle piazze cittadine. Per eseguire i provvedimenti restrittivi e le numerose perquisizioni sono stati impegnati complessivamente piu’ di 300 uomini e donne della Polizia di Stato e della Polizia Locale.

L’indagine ha permesso di accertare che l’associazione opera in diverse province dell’Emilia-Romagna: Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna. Ma la struttura e’ piu’ complessa, spiegano gli inquirenti. Maphite e’ un culto che in Italia e’ organizzato in quattro famiglie. Una di queste, la Famiglia Vaticana, opera in Emilia-Romagna, Toscana e Marche: il Don (cioe’ il capo), residente a Parma, era tra i destinatari dei provvedimenti eseguiti oggi ma il fermo non e’ scattato: per gli inquirenti l’uomo si trova all’estero (al pari di un altro indagato).

“Abbiamo eliminato la cupola, i vertici, la struttura principale di tutta l’organizzazione operante in Emilia-Romagna, Marche e Toscana e cioe’ la cosiddetta Famiglia Vaticana”, spiega in conferenza stampa il capo della Squadra mobile di Bologna, Luca Armeni. Nell’inchiesta viene contestato il 416 bis e per quanto riguarda la criminalita’ nigeriana “e’ la prima volta nella nostra regione e tra le prime volte in Italia”, sottolinea il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato. Questo perche’ emergono “tutti i tratti caratteristici dell’associazione di tipo mafioso: l’intimidazione violenta, l’assoggettamento in particolare nei confronti di connazionali e l’omerta’” che in queste associazione nigeriane, “in particolare i Maphite, viene stimolata anche da forme di vendetta cruenta”.

mafia nigeriana

Lo spaccio di droga
Spaccio di sostanze stupefacenti (in Emilia-Romagna soprattutto a Modena, Parma e Bologna), reati economici come truffe online e clonazione di carte di credito, sfruttamento della prostituzione e tratta. Sono le attivita’ della Famiglia Vaticana, organizzazione territoriale del culto nigeriano Maphite, colpita oggi dall’operazione “Burning Flame” diretta dalla Dda di Bologna. L’indagine ha portato a 19 fermi, 50 indagati, oltre 60 utenze intercettate per un totale di piu’ di 5.000 ore di conversazioni telefoniche, numerosi servizi di osservazione e pedinamento, 32 perquisizioni domiciliari, sequestri di droga (410 grammi di eroina, 406 di cocaina, oltre tre chili di marijuana) e denaro (8.100 euro) e due arresti in flagranza di reato nel corso delle indagini.

La scelta e’ stata quella di “colpire i vertici – dichiara il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato – lasciando cioe’ da parte i singoli reati fine”, che “abbiamo consegnato alla definizione dei singoli processi, aperti in questi mesi o anni e che saranno aperti nei prossimi mesi”. L’operazione illustrata oggi, invece, si e’ concentrata sui capi dell’organizzazione “nel momento in cui questi, strutturalmente coordinati e valorizzati tra di loro – aggiunge Amato – venivano a dettare le regole generali delle attivita’ illecite che poi dovevano essere compiute”.

Per farlo “abbiamo ritenuto di procedere con i fermi, senza attendere i provvedimenti di custodia cautelare richiesti al Gip”, continua il procuratore, puntando sulla “pericolosita’ di questa associazione”. Ed e’ concreto anche il pericolo di fuga, aggiunge Amato, visto che “alcuni si sono gia’ trasferiti all’estero e altri avevano intenzione di allontanarsi”.

mafia nigeriana

“Organizzazione molto pericolosa”
Per quanto riguarda le due persone che oggi hanno evitato il fermo, “sono in Europa e ci determineremo a chiedere il mandato di arresto europeo”, spiega il procuratore di Bologna. Si tratta di organizzazioni “molto pericolose- avverte Amato- e non solo per la forma di violenza intrinseca che veniva esercitata a volte in scontri violenti, soprattutto con armi bianche, tra le organizzazioni rivali”. Vale, infatti, anche per i cossiddetti “reati fine”, sottolinea il procuratore, citando in particolare “la riduzione in schiavitu’ e la tratta che qualificano e caratterizzano lo sfruttamento della prostituzione delle ragazze nigeriane”.

Ma altamento “pericoloso” e’ anche il traffico di droga, aggiunge Amato: si parla ad esempio dell’eroina gialla “che nei mesi scorsi ha creato molti problemi in termini di morti per overdose”. Una peculiarita’ riscontrata nelle indagini e’ che i guadagni delle attivita’ illecite, compresi quelli derivanti dalle truffe online e dall’uso di carte di credito clonate, andavano ad alimentare una sorta di “cassa comune” gestita dai graduati dell’organizzazione.

La solidarietà interna
Questo anche per finanziare “un assistenzialismo a cui si devono attenere tutti gli appartenenti”, spiega il capo della Squadra mobile di Bologna, Luca Armeni: l’esempio e’ quello di un affiliato fermato da una volante a Parma e portato in un centro per migranti a Torino, per il quale l’organizzazione “si e’ immediatamente prodigata trovandogli un nuovo avvocato e avviando una colletta”. Solidarieta’ interna, dunque, accompagnata pero’ ad un elevato grado di violenza, tra membri degli stessi gruppi o tra “cult” diversi. Gli inquirenti riconducono a cio’ numerose aggressioni, risse e vere e proprie “battaglie” registrate a Ferrara, Modena, Bologna, Parma.

A Modena, ad esempio, a fine luglio dell’anno scorso ci fu un’aggressione a carico di un affiliato e due diverse “anime” dei Maphite si divisero su quanto tempestivamente reagire: prevalse l’ala piu’ determinata e “nell’arco di quattro giorni furono commesse tre aggressioni con feriti”, racconta Armeni. Non a caso, nelle perquisizioni di oggi sono stati trovati anche “machete e coltelli”, riferisce il capo della Mobile: per l’organizzazione “ogni affiliato deve avere un’arma”. Una prassi condita da formule come “con un sorriso uccidi meglio” oppure “per un Maphite ferito dev’esserci un avversario ucciso”.

mafia nigeriana

Tutto è partito da un collaboratore di giustizia
Le indagini sono state portate avanti dalla fine del 2016 alla fine del 2018. Tutto e’ partito dalle indicazioni fornite da un collaboratore di giustizia di origini nigeriane, “gestito insieme alla Procura di Torino”, spiega Amato: un elemento importante, sottolinea il procuratore bolognese, perche’ in casi come questo “le voci dall’interno ti possono consentire di avere spunti e riscontri rispetto alle attivita’ che stai facendo”.

E per quanto riguarda l’inchiesta illustrata oggi, “durante le indagini sono stati riscontrati tutti i punti e le dichiarazioni forniti dal collaboratore”, sottolinea Armeni. In base all’attivita’ svolta, in Emilia-Romagna sono una settantina gli affiliati della Famiglia Vaticana. Per quanto riguarda Reggio Emilia, fa sapere la Questura locale, sono tre i fermi eseguiti nell’ambito dell’operazione. Nel complesso, “siamo convinti di aver acceso un faro su un fenomeno criminale particolarmente importante”, assicura Amato.