Mafie, il pentito Muto conferma potere del boss Grande Aracri

Il collaboratore di giustizia: "A Reggio decideva perché aveva fatto e vinto le guerre"

REGGIO EMILIA – In aula a Reggio Emilia sfila l’ultimo pentito chiamato dalla Procura antimafia nel processo sugli omicidi del 1992 di Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo, freddati nella faida di ‘ndrangheta per il controllo del territorio reggiano. E’ Salvatore Muto, 41 anni, gia’ figura chiave del processo “Aemilia”, diventato collaboratore di giustizia a ottobre del 2017. Dal 2006 era stato il braccio destro di Francesco Lamanna che, con il grado di “padrino”, garantiva “l’assestamento della ‘ndrangheta al nord”, e in particolare a Cremona, Piacenza e Reggio Emiila.

Qui, nella “casa” del boss Nicolino Grande Aracri, Lamanna “in sua assenza poteva governare”. Piu’ che a rivelare dettagli dei due omicidi a cui non partecipo’ – come ha invece gia’ fatto un altro pentito, Antonio Valerio – la testimonianza di Muto e’ indirizzata a rafforzare l’impianto accusatorio che inquadra i fatti di sangue nella guerra di mafia tra le famiglie Dragone e Grande Aracri e a confermare lo spessore criminale di Grande Aracri, che siede tra gli imputati del nuovo processo reggiano alla ‘ndrangheta. Il potere del boss, Muto lo conferma attraverso due episodi, uno dei quali lo riguarda personalmente.

Fu quando per risolvere i problemi economici del negozio del fratello (indebitato a strozzo con un cugino), decise di dare fuoco all’attivita’ commerciale. Senza pero’ chiedere il permesso di Grande Aracri che lo “grazio'” solo perche’ “ero uno dei loro, altrimenti mi disse che avrebbero dovuto uccidermi”. Altra prova di comando di Grande Aracri fu quando decise di mettere a capo delle attivita’ di Reggio Emilia l’affiliato Antonio Rocca, indispettendo la famiglia Sarcone, molto influente in citta’. “Grande Aracri decise cosi’- spiega Muto- perche’ disse che le guerre al nord le aveva fatte e vinte lui”.

Nel frattempo dai difensori dell’imputato sono arrivate le prime contromosse tecniche e legali. L’avvocato Filippo Giunchedi, ad esempio, ha sostenuto un’applicazione non regolare dell’articolo 430 del codice di procedura penale, che riguarda l’ammissibiita’ degli atti derivanti dalle “indagini integrative” che accusa e difesa possono svolgere. Questione che il giudice dirimera’ quando le richieste relative ai documenti saranno presentate. Probabilmente per un problema informatico, infine, la difesa non ha potuto visionare i verbali di Muto di alcune udienze del processo Aemilia, citati oggi nell’esame del collaboratore dal pubblico ministero Beatrice Ronchi.