Aemilia 1992, Valerio conferma tutte le accuse agli imputati

Il pentito: "La morte di Vasapollo venne pianificata a casa mia"

REGGIO EMILIA – La morte di Nicola Vasapollo, ucciso il 21 settembre del 1992 a Reggio Emilia nella casa del quartiere di Pieve Modolena dove scontava una pena ai domiciliari, fu ordita a casa di Antonio Valerio con la famiglia Ciampa’, alleata dei boss di Cutro come “mandante sponsorizzante”.

I killer che materialmente freddarono il calabrese furono Antonio Macri’ (alias Topino) e Nicolino Sarcone mentre nell’operazione furono coinvolti attivamente anche Antonio Lerose – che fungeva da “scappotto”, cioe’ autista incaricato di recuperare il gruppo di fuoco per la fuga – e Domenico Lucente e Raffaele Dragone (nipote dell’allora boss di Cutro Antonio Dragone), a bordo di una seconda auto con cui allontanarsi confondendo le tracce.

Le tessere del mosaico del fatto di sangue le dispone lo stesso Valerio, oggi collaboratore di giustizia, che in tribunale a Reggio Emilia continua la sua deposizione nel nuovo processo contro la ‘ndrangheta “Aemilia 1992”, interamente dedicato agli omicidi emiliani di Vasapollo e di Giuseppe Ruggiero, ucciso un mese dopo il primo a Brescello.

Valerio, gia’ figura centrale nel maxi processo Aemilia e dalle cui dichiarazioni e’ peraltro scaturito l’odierno procedimento, rincara quindi, rispondendo al pm Beatrice Ronchi, la dose di accuse contro gli imputati: Nicolino Grande Aracri, Antonio Lerose (il “bel Rene'”), Angelo Greco detto “Linuzzo” e Antonio Ciampa’ (detto “Coniglio”) tutti accusati di omicidio aggravato dal metodo mafioso per aver organizzato, partecipato o eseguito materialmente i due delitti.

Per l’omicidio Vasapollo stanno gia’ scontando pene pesanti anche Nicolino Sarcone e Raffaele Dragone che e’ stato condannato all’ergastolo, mentre Domenico Lucente si e’ tolto la vita in carcere. Il racconto fiume di Valerio fa affiorare anche il movente del delitto, strettamente legato a quello di Paolino Lagrotteria, avvenuto sempre nel 1992, in agosto, a Cutro. Circa dieci anni prima Lagrotteria e Giuseppe Vasapollo appiccarono un rogo per intimidire i proprietari del locale notturno Pink Pussy Cat.

Ma qualcosa ando’ storto e fra le fiamme mori’ Vasapollo, che Lagrotteria avrebbe lasciato a bruciare vivo preferendo scappare per non avere guai. Una colpa che per il fratello della vittima doveva essere lavata nel sangue. Ma per compiere la sua vendetta su Lagrotteria che era uomo di fiducia dei Ciampa’-Dragone, dice in sintesi Valerio, Nicola Vasapollo non chiese nessun permesso ai capi indiscussi della cosca di Cutro, uno sgarbo che gli fu fatale. Il pentito spiega dunque in aula: “A livello d’azione io non ho partecipato. Ma sapevo tutto, perche’ la mia casa era la sala ‘operativa’”.

In quel bilocale di via Samoggia, tra l’altro, Valerio scontava una pena ai domiciliari per droga, ma afferma: “I domiciliari sono come essere liberi, a casa mia oltre alle riunioni potevo spacciare droga e uscire per andare ad ammazzare le persone (cosa che fece nell’omicidio Ruggiero, ndr). Insomma piu’ di cosi…”.

Della morte di Vasapollo sapeva tutto anche Nicolino Grande Aracri, che il collaboratore di giustizia definisce “il mio tutto, il mio dominus che ho servito fino all’ultimo giorno prima degli arresti del 2015”, per cui Vasapollo iniziava a rappresentare un “elemento di disturbo”. Valerio rende le informazione sapute “dalla viva voce” degli autori dell’omicidio: Antonio Macri’ prima e Antonio Lerose poi. E di Macri’ dice: “E’ un sadico, un sanguinario. Prima di sparare a Vasapollo lo provoco’ per farlo arrabbiare e di omicidi lui ne ha fatti almeno 10” (Fonte Dire).