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Tecniche d’avanguardia per il trattamento delle vene varicose

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REGGIO EMILIA – Circa il 50% della popolazione soffre di vene varicose, una malattia venosa cronica dovuta a diversi fattori. Le vene accolgono circa l’80% del sangue il quale, tramite i meccanismi di pompa muscolare, di pulsione arteriosa e tono venoso, torna verso il cuore, l’elemento centrale dell’apparato circolatorio. Un’alterazione di questi meccanismi, unitamente ad un processo degenerativo della parete della vena, come ad esempio un suo allungamento o un’alterazione degli apparati valvolari, dà vita alla patologia.

La dottoressa Elena Righi, specialista in Chirurgia Generale con perfezionamento in Angiologia e Chirurgia Vascolare presso l’ospedale di Alta Specialità Salus Hospital di Reggio Emilia, spiega come si manifesta la malattia e come viene trattata all’interno della struttura ospedaliera reggiana.

Le cause e i sintomi
Le vene varicose possono essere primarie o secondarie: lo sviluppo delle varici primarie è associato spesso a ereditarietà, sesso, gravidanza e avanzamento dell’età. “Un paziente può nascere con dei meccanismi già disfunzionali come un’alterazione primitiva del tessuto mesenchimale (con malformazione degli apparati valvolari) – spiega la dottoressa Righi, – per cui nello stesso soggetto sono presenti varici, emorroidi, ernie e varicocele. Anche la prolungata stazione eretta o l’obesità provocano una ipertensione continua sul sistema venoso degli arti inferiori, facilitando l’insorgenza di una insufficienza del circolo superficiale. Le varici secondarie sono invece il risultato diretto dell’occlusione di una vena profonda, ad esempio a seguito di una trombosi del sistema venoso profondo”.

I sintomi più comuni delle vene varicose sono pesantezza degli arti, crampi notturni, sensazione di bruciore alle gambe che può essere associata a gonfiore e il prurito, soprattutto alle caviglie, dovuto al ristagno di sangue, a cui sono spesso associate anche aree di pigmentazione cutanea.

Le possibili complicanze
Oltre al danno estetico, le vene varicose vanno trattate innanzitutto per le possibili complicazioni cui possono portare: la dermatite, con successiva atrofia della cute che è ridotta di spessore, tesa e lucida e facilmente si ha una desquamazione secca; la trombosi venosa, ovvero un coagulo all’interno di un vaso che lo occlude e può ulteriormente complicarsi con un’embolia polmonare se la vena occlusa è profonda o è una safena; l’ulcera flebostatica, una manifestazione di patologia in stadio avanzato, molto dolente con scarsa tendenza alla guarigione.

La diagnosi
“Una visita specialistica è sufficiente a stabilire quale grado le varici abbiano raggiunto e quale rischio comporta tenerle. Dalla visita deriva anche la scelta della terapia. Lo strumento più adatto per valutare le malattie dell’apparato cardiocircolatorio è l’Eco-Color-Doppler, utile per escludere complicazioni maggiori a carico delle vene profonde e a stabilire quale approccio terapeutico è meglio usare tra quelli a disposizione. Il Salus Hospital, ospedale di Alta Specialità di GVM Care & Research, dispone di un ambulatorio di Diagnostica per Immagini deputato a questo tipo di esami”, commenta la dottoressa Righi.

Salus

Il trattamento
Una volta diagnosticata la malattia, occorre passare alle terapie. Quando la scelta è chirurgica, si opta sempre più spesso per interventi minimamente invasivi, ma senza tuttavia abbandonare la chirurgia tradizionale qualora ce ne fosse necessità. I trattamenti oggi più utilizzati sono le metodiche termoablative con fibra laser o con catetere a radiofrequenza e il sistema di chiusura del vaso, ablazione non termica con cianoacrilato.

Il laser e la radiofrequenza generano energia termica all’interno della vena varicosa per chiuderla. Il calore danneggia le pareti delle vene che cedono fino a combaciare eliminando così il ristagno sanguigno responsabile della sintomatologia dolorosa e antiestetica. A trattamento completato, il sangue viene deviato attraverso le vene profonde. La perdita di una vena malata non è un problema, anzi porterà ad un miglioramento della circolazione sanguigna degli arti e dei sintomi quali stanchezza e pesantezza. L’intervento si effettua in anestesia locale attraverso l’introduzione, con una semplice puntura, della fibra laser o del microcatetere per radiofrequenza nella vena malata, controllando costantemente la procedura sotto guida ecografica. Una volta raggiunta la posizione pianificata, la sonda emette un’onda di energia che provoca la chiusura della vena malata escludendola dalla circolazione. “Queste procedure mininvasive di ultima generazione portano numerosi vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale, come dimostrano le ricerche più aggiornate in tema di insufficienza venosa, e richiedono circa 30 minuti per essere eseguite”, specifica la dottoressa Righi.

L’ultima frontiera nel trattamento delle varici è l’utilizzo di un sistema occludente il vaso con cianoacrilato: non si effettuano tagli, la vena viene obliterata dall’interno dopo il rilascio nella stessa di questa sostanza. Viene fatto risalire un catetere all’interno del vaso, nella corretta posizione stabilita in base ai parametri anatomici del paziente, e si rilascia gradualmente la colla all’interno della vena le cui pareti verranno incollate una all’altra, ponendo fine al reflusso del sangue. “Il punto di forza di questa procedura è che non richiede anestesia, nemmeno quella locale e non richiede nemmeno l’utilizzo nel post-operatorio della calza elastica, necessaria invece nella termoablazione. Non appena terminata la procedura, il paziente può tornare immediatamente alle proprie attività”, spiega la specialista.

Il decorso post-operatorio
“I vantaggi legati alla scelta delle terapie conservative mediante interventi minimamente invasivi sono estremamente significativi, il decorso post-operatorio è infatti praticamente annullato. Dopo l’intervento, il paziente può immediatamente camminare indossando una calza elastica nel trattamento termoablativo, senza calza con il cianoacrilato. Inoltre, si tratta di trattamenti totalmente sicuri ed efficaci. Il post-operatorio è indolore, tanto che, talvolta, devo essere io stessa a ricordare al paziente che ha appena subito un intervento”, conclude la dottoressa Elena Righi.

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