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Aemilia, si va verso il processo d’appello in aula carcere Bologna

Il procuratore generale De Francisci: "Con 300-350mila euro in sei mesi saremmo pronti"

REGGIO EMILIA – L’appello del processo Aemilia, che il 31 ottobre si e’ concluso, in primo grado, a Reggio Emilia, potrebbe tenersi in un’aula del carcere bolognese della Dozza, a patto che il ministero della Giustizia finanzi i lavori necessari, che per il procuratore generale di Bologna, Ignazio De Francisci, costerebbero sui “300-350.000 euro”.

A toccare l’argomento, nella sua relazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario e parlando con i cronisti a margine della cerimonia, e’ lo stesso De Francisci, che ovviamente caldeggia questa soluzione. In realta’, precisa il procuratore generale, l’idea originaria era di celebrare il processo d’appello nella stessa aula in cui, a Reggio Emilia, si e’ svolto il processo di primo grado. Una proposta, ricorda De Francisci, “subito osteggiata da ambienti giudiziari e forensi, con motivazioni variegate da me non condivise”.

A quel punto, prosegue, “si e’ pensato di restaurare l’aula del carcere di Bologna dove, in anni lontani, si sono celebrati processi di mafia”. Per sistemarla, tra lavori “sull’impianto elettrico e di riscaldamento” e l’installazione di “quattro computer, quattro tavoli, un microfono e telecamere, serviranno- dice il magistrato- 300-350.000 euro”.

Per De Francisci sarebbe “una soluzione civile: ci sarebbero tre gabbie per i detenuti, dunque piu’ che sufficienti rispetto al numero dei detenuti di Aemilia, che verrebbero a piedi dal carcere, consentendo quindi di risparmiare uomini, e su questo la Polizia penitenziaria e’ d’accordo”. Senza contare che “per la camera di consiglio si potrebbero attrezzare alcune stanze per dormire li’, evitando quindi trasferimenti”. Insomma, una soluzione che darebbe “risultati positivi in termini di sicurezza e di risparmio di spese, dotando il distretto di un’aula moderna per i grandi processi”.

E la richiesta di finanziare i lavori, scrive il procuratore generale nella sua relazione, “e’ stata accolta con spirito di collaborazione dal ministero della Giustizia”. Ora, sottolinea De Francisci, sta al ministero “mantenere le promesse: se partiamo adesso in sei mesi i lavori si fanno, cosi’ saremmo pronti per l’inizio del processo in autunno”. Anche perche’, rimarca, “diversamente non c’e’ un posto in cui fare questo processo”.

Scartata a priori, dunque, l’idea di utilizzare l’aula Bachelet della Corte d’appello, dove “non c’e’ lo spazio per i detenuti e non ci sono neanche le condizioni di sicurezza statica. Questa – chiosa il procuratore generale – e’ un’aula per fare cerimonie e processi contro due imputati al massimo”.

Sulla questione dice la sua anche il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, che al termine della cerimonia assicura che “il ministero e’ aperto al confronto e a supportare l’attivita’ degli operatori della giustizia, a maggior ragione per questi importanti processi, che devono essere sostenuti dallo Stato nel miglior modo possibile”.