Le rubriche di Reggiosera.it - Interventi

Via Turri, Fantuzzi: “Non basta testimoniare solidarietà: occorre agire”

Il portavoce di Reggio Città Aperta: "Il Comune non si è ancora dotato del pubblico registro delle caldaie: inizi allora il monitoraggio (obbligatorio per legge) da Via Turri e disponga ispezioni urgenti per motivi di sicurezza nei fabbricati"

Più informazioni su

REGGIO EMILIA Il tragico incendio di domenica notte al civico 33 di Via Turri non è solo un’immane tragedia costata la vita a due persone: è il simbolo, altrettanto tragico, di cosa sia ormai diventato quel quartiere di cui tanti, troppi, parlano. Purtroppo, anche i pochi che non lo denigrano e che non indulgono a strumentalizzazioni politiche non sanno più cosa proporre per arrestarne il progressivo e inesorabile degrado sociale e urbanistico. Le cui responsabilità sono articolate e non possono certo essere scaricate sugli abitanti.

Quella del quartiere stazione è una storia che viene da lontano, dagli interventi edilizi di Degola e Ferretti di fine anni settanta pensati, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, come appartamenti di pregio: la crisi del costruttore portò, col beneplacito dell’amministrazione dell’epoca, al loro frazionamento e alla perdita permanente di valore di quegli immobili, la cui destinazione fu presto modificata.

Appartamenti acquistati da cosiddetti “reggiani” spesso benestanti, la cui preoccupazione, fin dalla metà degli anni ottanta, fu quella di affittarli, senza troppi scrupoli sulla forma della locazione e sul numero di persone occupanti: importante era metterli a reddito. La crescente presenza di immigrati, anche irregolari, non è la causa del degrado, ma la conseguenza di precise scelte che hanno premiato a suo tempo una speculazione immobiliare senza scrupoli.

Certo, l’insediamento progressivo di alcune fasce sociali ed etniche ha portato problematiche estremamente serie, come lo spaccio e la prostituzione, e ciò non può essere negato: ma il quartiere si è da sempre presentato alla città come una zona franca dove le regole, prima forma di interazione e convivenza, possono non essere rispettate.

E ora che fare? Personalmente, rifiuto ogni forma di speculazione preelettorale: stiamo parlando di persone, e due di loro sono morte in un modo orribile. Ma rifiuto l’idea che l’unica strada sia ora quella della militarizzazione permanente del quartiere o, ancor peggio, della sua demolizione. Ed è sempre più evidente che i problemi si nascondano dentro, e non solo fuori dagli immobili della zona.

A tal proposito, intendo ricordare quanto accadde tre anni e mezzo fa con il distacco di acqua calda e teleriscaldamento a circa 400 famiglie, diverse, peraltro, in regola con i pagamenti. Da allora le persone si sono arrangiate come potevano: come denunciai già all’epoca con un presidio, i rischi della proliferazione di metodi “fai da te” non a norma sono elevatissimi e senza controllo. Al di là di quelle che saranno le cause reali dell’accaduto, questa rappresenta un’autentica bomba che rischia prima o poi di deflagrare.

Il Comune di Reggio non si è ancora dotato del pubblico registro delle caldaie: inizi allora il monitoraggio (obbligatorio per legge) da Via Turri e disponga ispezioni urgenti per motivi di sicurezza nei fabbricati, con la collaborazione degli amministratori di condominio e della Polizia Municipale. Non basta testimoniare solidarietà: occorre agire. Evitiamo altre tragedie, cui si legheranno ulteriori odiose polemiche di chi non vede l’ora che l’incendio e l’odio si diffondano sempre più.

Più informazioni su