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Barbagallo: “Voglio un sindacato indipendente dalla politica”

Il segretario nazionale Uil: "Il nostro futuro è nelle mani delle nuove generazioni: se le lasciamo fuggire all’estero, rischiamo di regalare 'braccia' e 'cervelli' alla concorrenza e di rimpiangere delle occasioni perse"

REGGIO EMILIA – “In passato il sindacato nel suo insieme è stato percepito troppo vicino alla politica e questo non ha giovato alla nostra azione sindacale. Noi, al contrario, abbiamo mantenuto la nostra totale indipendenza: è certo utile interloquire con la politica e soprattutto con le istituzioni, ma non essere a sostegno del governo o delle opposizioni”.

Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil dal 2014, recentemente riconfermato alla guida del sindacato rivendica la sua indipendenza dalla politica e aggiunge – “Il nostro futuro è nelle mani delle nuove generazioni: se le lasciamo fuggire all’estero, rischiamo di regalare “braccia” e “cervelli” alla concorrenza e di rimpiangere delle occasioni perse. Dobbiamo saper creare opportunità vere di lavoro ed evitare una contrapposizione tra giovani e anziani”.

La sua vita è ricca di esperienze, alcune positive altre meno e, tra quest’ultime, è di certo compreso l’aver cominciato a lavorare ancora minorenne. Quanto tale passaggio ha inciso e incide sulle sue opinioni?
Il percorso naturale di un bambino dovrebbe essere sempre quello scolastico. All’epoca tuttavia, avevo 8 anni, ho affrontato quell’esperienza con spirito positivo. Volendo dare un aiuto in famiglia, dopo la scuola mi recavo dal barbiere del paese natio, Termini Imerese, per fare il mio apprendistato. In realtà è stato un momento formativo anche dal punto di vista culturale. Quel negozio era frequentato da una clientela impegnata sia sul fronte politico sia imprenditoriale ed erano vivaci il confronto e la discussione. Ascoltando ho potuto accrescere il mio bagaglio di conoscenze. Inoltre, poiché a disposizione dei clienti vi erano molti giornali e riviste, ho avuto modo di leggere anche articoli di approfondimento redatti da giornalisti famosi su testate storiche, come la “Domenica del Corriere” o la “Selezione dal Reader’s Digest”. E’ stata un’importante esperienza di vita che ha sicuramente contribuito a definire il mio carattere e a formare le mie opinioni.

Gestire una sigla sindacale “dall’alto”, se mi concede il termine, costringe a confrontarsi con realtà e ambienti diversi, spesso in concorrenza se non in contrasto tra loro. Quanto è difficile mantenere una propria identità sindacale coerente di fronte a problematiche spesso molto distanti?
Intanto, vorrei dire che, personalmente non mi piace “gestire dall’alto” la Uil: preferisco stare tra la gente e parlare con i lavoratori, i pensionati e i giovani perché sono e mi sento uno di loro. Ed è quello che faccio, recandomi sistematicamente sui territori e nei luoghi di lavoro organizzando assemblee e confrontandomi con i nostri iscritti. Detto questo è bene rimarcare che un sindacato confederale ha l’onere e il compito di portare a sintesi le differenti esigenze dei lavoratori e di conciliare gli interessi particolari con quelli della collettività. È la ragione stessa della nostra esistenza e, a tale scopo, richiede una buona dose di equilibrio nei giudizi e nelle scelte. Non a caso lo slogan del nostro ultimo congresso è stato proprio “Con equilibrio nella direzione giusta”. In ciò risiede la nostra identità sindacale di organizzazione laica e riformista. La coerenza, per noi, è infatti una precondizione a cui ci conformiamo sistematicamente e quotidianamente. Questo nostro atteggiamento è alla base del consenso che riscuotiamo nei luoghi di lavoro tra i pensionati e i giovani. Studi e ricerche di enti terzi e imparziali hanno confermato che la Uil è l’unico sindacato a crescere in termini di iscritti, oltre che in termini di voti nelle elezioni per le Rsu che in molte realtà ormai fanno registrare la vittoria delle nostre liste. Evidentemente, stiamo assolvendo in modo efficace il nostro ruolo e il nostro compito.

Dirigere un’importante sigla sindacale a livello nazionale comporta anche il confronto con il mondo della politica essa stessa nazionale o locale. Può illustrarci gli aspetti più significativi di tale rapporto, magari ricordando un qualsiasi aneddoto personale?
In passato il sindacato nel suo insieme è stato percepito troppo vicino alla politica e questo non ha giovato alla nostra azione sindacale. Noi, al contrario, abbiamo mantenuto la nostra totale indipendenza: è certo utile interloquire con la politica e soprattutto con le istituzioni, ma non essere a sostegno del governo o delle opposizioni. Il problema è, che negli ultimi tempi, i partiti hanno pensato di poter governare a prescindere dall’opinione dei lavoratori e dei cittadini senza confrontarsi con i corpi intermedi che rappresentano quei soggetti. Si sono così generate gravi anomalie: basti pensare, a questo proposito, alla legge Fornero. Noi intendiamo dialogare per potere esprimere le nostre proposte nell’interesse dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani in cerca di lavoro; riteniamo di avere le capacità e la rappresentatività necessarie per svolgere questa funzione. A proposito, poi, dell’aneddoto personale, ricordo la prima volta che ho incontrato l’allora neo presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Io ero ancora segretario generale aggiunto della Uil e dopo pochi giorni sarei stato eletto al vertice dell’organizzazione. In quell’occasione eravamo a Palazzo Chigi nella mitica Sala Verde e io chiesi la parola per ottenere un chiarimento su una richiesta avanzata dai nostri pensionati. Lui replicò con un gelido: “Lei chi è?” e io risposi: “Imparerà a conoscermi”. Col passare del tempo ha imparato, tant’è che grazie proprio alla determinazione della Uil, quel governo dovette accettare le nostre rivendicazioni riconoscendone la validità sia in materia di previdenza sia di contrattazione per il pubblico impiego.

Lavoro umano e meccanizzazione. Molti temono la concorrenza delle “macchine” nei confronti della manodopera umana. Eppure Giappone e Stati Uniti, molto più all’avanguardia di noi nell’automazione delle fabbriche, hanno un tasso di disoccupazione minore rispetto all’Italia. Qual è la sua posizione riguardo i timori che agitano tanti lavoratori?
Sono convinto che questi processi di trasformazione dell’organizzazione del lavoro e della produzione debbano essere contrattati con il sindacato. Certo, chi si oppone alla modernizzazione è fuori dalla storia, ma non si può lasciare mano libera alle imprese. Questi percorsi vanno governati insieme, proprio come è già accaduto in passato per situazioni analoghe sia in Italia sia in Paesi all’avanguardia nelle relazioni industriali come, ad esempio, la Germania. L’impresa 4.0 può rappresentare un’opportunità se si processano quelle esperienze adottate da alcune multinazionali o piattaforme digitali che stanno trasformando questa realtà in una sorta di nuovo caporalato. L’innovazione è tale solo se rappresenta un’occasione di progresso e di emancipazione, altrimenti va corretta e indirizzata nel verso giusto. Anche su questo terreno il sindacato ha le sue proposte ed è pronto a fare la propria parte.

Ritiene soddisfacente il ruolo che i sindacati in genere e la Uil in particolare hanno saputo conquistarsi nella società italiana?
Credo che non ci si debba mai accontentare e che si possa fare sempre meglio e sempre di più. E’ pericoloso pensare che, una volta conquistati, i diritti restino tali per sempre. Negli ultimi anni è accaduto esattamente il contrario: si è andato affermando, un po’ ovunque, un liberismo sfrenato che ha generato una riduzione delle tutele e dei diritti. Occorre pertanto rafforzare la nostra azione sindacale in Italia, in Europa e nel mondo al fine di riequilibrare questa condizione. Siamo soddisfatti di ciò che siamo e di quello che rappresentiamo, ma non possiamo fermarci e cullarci sugli allori. Ribadisco: è necessario stare sempre in mezzo alla gente per confrontarsi con i lavoratori, i pensionati, i giovani, raccogliere le loro rivendicazioni, le loro proposte e battersi insieme a loro per migliorare il futuro nostro e dei nostri figli.

La lotta alla criminalità organizzata l’ha vista vittima di attentati e minacce. Come valuta lo stato dell’arte riguardo l’azione dei governi e delle forze dell’ordine nella difesa della legalità e degli stessi lavoratori?
Contro la criminalità organizzata non bisogna mai abbassare la guardia. È necessaria un’azione culturale e formativa per educare i nostri giovani ai valori della legalità e, contemporaneamente, serve una forte azione di contrasto sul territorio da parte delle forze dell’ordine. Anche in questo campo sono stati ottenuti importanti risultati, ma si deve proseguire su questa strada senza sosta e con determinazione.

L’Europa offre molte possibilità, diversi oneri e qualche rischio. Qual è la sua opinione sulla strada sin qui fatta e quella ancora da percorrere?
Preferisco essere molto netto: non è questa l’Europa che pensavamo di consegnare ai nostri figli. L’Europa del rigore e dei burocrati non ci appartiene. Noi vogliamo contribuire alla costruzione di un’Europa sociale e del lavoro che punti alla crescita e non si areni sull’austerità. Dunque, le regole europee possono e devono essere modificate, ma senza inasprire i toni. Alzare il livello dello scontro rischia di essere dannoso per il nostro paese. Quel che è certo è che non si può tornare indietro, abbiamo fatto tanti sacrifici per entrare nell’euro e non vorrei che ora il Paese fosse costretto a farne altrettanti per uscirne. C’è bisogno di un’Europa che dimostri più attenzione ai lavoratori, ai pensionati e ai giovani.

In chiusura, c’è una domanda che non le ho fatto e a cui vorrebbe rispondere?
Sì, avrei risposto volentieri a una domanda sui giovani, la nostra vera ricchezza. Nel loro Dna c’è una storia millenaria fatta di eccezionali attitudini e di gusto per il bello. Il nostro futuro è nelle mani delle nuove generazioni e, se ce le lasciamo sfuggire all’estero, rischiamo di regalare “braccia” e “cervelli” alla concorrenza e di rimpiangere delle occasioni perse. Dobbiamo saper creare opportunità vere di lavoro ed evitare una contrapposizione tra giovani e anziani. A questo proposito vorrei concludere citando, come spesso mi capita, un antico proverbio Masai: “I giovani corrono veloce, gli anziani conoscono la strada”, aggiungendo che possiamo camminare insieme e insieme costruire il futuro migliore.

(Fabrizio Montanari)